Male-ficio

 

bruma

 

Il giovane prete guardò, desolato, fuori dalla finestrella della canonica: la neve continuava a scendere nonostante si fosse quasi alla fine dell’inverno. Nel piccolo cimitero, addossato all’abside dell’antica chiesetta romanica spuntavano qua e là alcune croci e lapidi spezzate come braccia scheletriche e denti di giganti tesi a cercar il cielo in mezzo a tutto quel bianco accecante.
Era giunto da poco nello sperduto paese dell’Appennino ligure dove le storie preferite accontate da secoli intorno ai focolari e ai camini nelle lunghe sere invernali narravano di streghe e antichi malefici a cui nessuno a parole credeva più ma che in verità incutevano ancora paure e alimentavano superstizioni.
Vi era stato mandato dal Vescovo di Genova per punizione: meglio allontanare subito dalla città e dalle tentazioni un religioso troppo bello per esser prete e in odore di eresia. Erano arrivate all’orecchio della Curia chiacchere su una certa nobile fanciulla che troppo spesso visitava la chiesa di S. Domenico dove il curato prestava la sua opera e anche di una strana amicizia che quest’ultimo intratteneva con il conte Francesco Risoli sospettato fortemente dalla Chiesa per certe pratiche “esoteriche” di cui tutta la città parlava.
Così si decise di spedire l’ingombrante religioso in quel paesino in mezzo ai monti dimenticato da Dio e dagli uomini, nella speranza che in solitudine si ravvedesse e anche che le chiacchere a Genova finissero.
In realtà il religioso, per quanto tentato dalla fanciulla di città, non aveva ceduto alle tentazioni della carne: era infatti ancora vergine, mentre a ricordo delle frequentazioni con Francesco Risoli gli erano rimaste in testa troppe domande senza una risposta insieme a una oscura inquietudine.
Nonostante dedicasse alla preghiera e alla meditazione molte ore al giorno il giovane si accorgeva che la sua Fede stava miseramente crollando.
E questo lo faceva davvero disperare.

Scendeva la notte e nella piccola stanza nonostante il camino acceso, si gelava.
Così il prete decise di infilarsi nel letto per avere un po’ di calore.
Nonostante le lenzuola fossero gelate si addormentò subito, di un sonno agitato.All’improvviso fu risvegliato da forti colpi battuti alla porta della canonica.
Si coprì con un vecchio mantello e rabbrividendo corse ad aprire, con in mano la vecchia lanterna che spandeva una fioca luce, chiedendosi chi mai potesse essere a quell’ora della notte.
Dischiuso l’uscio restò immobile, paralizzato: di fronte a lui, coperta da un lungo mantello scuro, stava una ragazza sconosciuta alta,bellissima, gli occhi verdi splendenti sotto il cappuccio.
Con voce sottile, da bimba raffreddata, gli chiese se poteva entrare perché la notte era fredda e lei si era perduta; il prete rabbrividì e non per le gelide folate di nevischio che l’investivono.
Come era possibile che una fanciulla vagasse sola di notte per quelle lande desolate, sotto la neve,da dove veniva, dove andava….
Avrebbe dovuto chiederglielo; invece, in silenzio si fece da parte e permise alla strana donna di entrare, pur sapendo di commettere un errore irreparabile.
Si abbandonò al destino e a quell’oscura voglia che ora sentiva crescere dentro di sé, incontrollabile.
Lei si incamminò avanti a lui per la breve e ripida scala che portava di sopra e si diresse con sicurezza verso la camera da letto, come se fosse pratica della misera canonica.
-Sono Eloisa Ravaschieri- disse, mentre si toglieva il lungo mantello .
Era nuda sotto, splendida e terribile.

Aveva una carne candida, perfetta la grana della pelle, lucente e compatta: lui guardò senza respirare i seni grandi dai capezzoli simili a more mature e più giù, sotto il ventre piatto, il sesso, nudo, come quello di una bimba impubere, con il taglio netto che lo attirava come calamita.
La donna dischiuse le labbra, prese una mano al giovane prete e ne succhiò lentamente le dita, una per una, prima di dirigerle in basso, a penetrare quelle labbra calde, che si dischiusero al tocco dell’uomo come un fiore di carne.
Allora lei si allontanò un poco per sdraiarsi sul vecchio letto di ferro le gambe dischiuse, in offerta, mormorando:
-Ho freddo, scaldami –
Il prete restò immobile, mentre una strana paura gli attanagliava le viscere, insieme a una eccitazione mai provata; desiderava follemente quella donna, e non solo per la castità a cui era uso da tempo.
Una fame incontrollabile, cieca, lo faceva sragionare: voleva quel seno ricolmo, quel ventre liscio, per perdersi tra quelle cosce aperte e invitanti, per penetrarla fino all’anima, perdersi in lei…

Le fu sopra affamato: lei lo guidò lentamente dentro di sé e lui fu stupito da tutta quella morbidezza e dal calore umido che, avvolgendogli il sesso, risaliva suù, oltre le cosce, il ventre, il petto, il cuore, fino a esplodergli nel cervello.
Fecero l’amore per tutta la notte, la donna lo trasportò nel suo splendido palazzo, dove brillavano l’oro e l’argento, le lenzuola erano di seta e il ristoro ambrosia : il corpo di lei era caldo, morbido, esigente profumava del fiore del loto.

Quando si svegliò, era solo. Nessuna traccia della misteriosa visitatrice notturna, le lenzuola non recavano impronta del corpo di lei e neppure tracce del suo stesso seme.
Ma allora se non era stato un sogno…chi era o che cosa era quella donna?
Con un brivido ripensò ai misteri cui il conte Risoli aveva cominciato ad avvicinarlo nonché alle leggede che correvano in paese su demoni e streghe.
Era spaventato e confuso ma man mano che il giorno trascorerva l’ansia di rivederla aumentava in lui a ogni minuto; provò ad andare in chiesa per pregare: rivide i suoi seni e le sue cosce in ogni ombra che le candele proiettavano sui muri chiazzati d’umidità.
Allora , temendo di impazzire nella solitudine della sua anima e di tutta quella neve che continuava a scendere, si chiuse in casa attendendo la notte.
E quando udì i soliti pesanti colpi all’ingresso il suo viso si illuminò di una gioia sconfinata: sapeva che era lei.
Tutto si ripetè come la notte precedente, lui sparse il suo seme in tutti gli orifizi della donna, era instancabile, eccitato dalle mani e dalla bocca di Mariana che lo facevan delirare.
A questa seguirono altre notti e altre ancora.
Di giorno il prete si aggirava tra le casupole del paese, in mezzo alla neve, come un cane vagabondo sperduto in cerca del padrone.
La gente cominciò a segnarsi al suo passaggio e a non frequentare più la Chiesa.
Si mormorava che stesse impazzendo.
Già si era formato un gruppetto di uomini pronti a recarsi dal Vescovo appena la mulattiera per Genova fosse praticabile.

Infine una mattina fece per alzarsi, ma una strana spossatezza lo invase; tossi più volte, e sul lenzuolo comparvero macchie rosse che parevano fiori.
Allora guardò fuori dalla finestra:era iniziato il disgelo, ricomparivano le croci e le lapidi del cimitero; una di queste ultime lo attirava stranamente, doveva uscire per vederla da vicino.
Barcollando si trascinò fino a quel marmo e lesse un nome: Eloisa ravaschieri e le date: nascita:4-8- 1774, morte:10-3-1793.
Era il 10 Marzo del 1893 : lei era morta esattamente cento anni prima .
Allora capì e ricominciò a tossire, mentre gocce splendenti di sangue ornavano di garofani purpurei la tomba del suo unico amore.
Cadde e non si rialzò più, indebolito dalla febbre della tisi che lo consumava da tempo: lo colse il freddo sdraiato sopra la vecchia tomba.
Lo ritrovarono nel tardo pomeriggio alcuni parrocchiani annegato nel proprio sangue che aveva tinto di rosso la neve e una lapide spezzata annerita dal tempo sulla quale era ormai impossibile leggere un qualsiasi nome…

SUSCHI

calore10

 

Entro e tu mi vieni incontro: cominci a baciarmi subito, con furia, mentre mi spingi verso la camera da letto.
La tua bocca e la tua lingua mi sciolgono lo stomaco mentre il ben noto crampo d’eccitazione mi contrae il ventre e le cosce si irrigidiscono contro le tue.
Prima che possa aprire bocca quasi mi strappi i vestiti di dosso per prendermi con furia sul letto sfatto.
Siamo stati separati per dieci giorni: ora,nel tumulto dei sensi, mi rendo conto che la nostra fusione è perfetta, ogni giorno di più.
L’armonia dei nostri corpi è strabiliante, incredibile, sia che restiamo vicini, abbracciati o che facciamo l’amore con furia.
E sembra che questo non abbia un’inizio, uno svolgimento, una fine.
Ci serviamo a vicenda di doppie porzioni di sesso rosso fuoco, che non ci bastano mai, perchè quando crediamo di essere sazi e sfiniti, ricominciamo da capo.
Non c’é mai un momento in cui l’eros si affievolisce e arriva la ben notarichiesta:
-Ti è piaciuto ? –
Non c’é bisogno di farla quella domanda, così noiosa, così solita.
E’ chiaro che il nostro é un legame cosmico, immenso, profondo come lo spazio.
Emaniamo una luce azzurra quando facciamo l’amore, è l’energia astrale dei nostri corpi che si cercano per unirsi in modo tale da non lasciare neppure il più piccolo spazio virtuale tra di noi.
Tutti gli affanni del mondo non sono niente, davanti a questa forza, al fuoco che riusciamo ad acccendere con il nostro inesauribile desiderio. Perduta nell’uragano che sta sconvolgendo la mia vita, non penso più ai problemi di lavoro, familiari, di salute.
Tutto scompare, mentre sto sotto di te, sopra di te, dentro di te, i sensi strafatti dalla droga più potente che conosco in questo momento : il tuo sesso, che mi scava, mi riempie, mi fa urlare di piacere…

Solo la fame riesce a interrompere il nostro delirio; andiamo a cena in un ristorante giapponese, vicino a casa .
Seduti sul pavimento di una saletta privata con le pareti di carta, non riusciamo a tenere le mani a posto, né a smettere di guardarci con cupidigia.
-Ti adoro, non ne ho mai abbastanza di te-
continui a ripetere, tra un boccone e l’altro di suschi.
Allora il demone del desiderio mi fa fare cose folli, come mettermi un boccone di suschi tra quelle altre labbra, calde e palpitanti, aperte tra le cosce, e sfidarti a prenderlo con la bocca, prima che torni la pudica cameriera giapponese in chimono.
Tu ti chini sul mio grembo con mossa fulminea, attardandoti sul sesso aperto a leccarlo golosamente, insieme al cibo.
Ed io ti voglio dentro di me con tanta intensità da sentirmi mancare il respiro.

Poi scoppiamo a ridere così forte che gli uomini d’affari giapponesi nella saletta adiacente, divisa solo da una parete di carta, non resistono allatentazione di sbirciare, quando la cameriera lascia la porta accostata.
Occhiali d’oro sfavillanti, macchine fotografiche e cineprese, si esibiscono in una serie di risatine, prima che la porta si richiuda.
Alla fine beviamo saké guardandoci negli occhi e:
-Non ho mai desiderato un uomo come ora voglio te-
mormoro io, sollevando la gonna e allargando le cosce , per mostrarti lanudità del mio sesso, testimone delle mie parole.

Allunghi una mano…non posso resistere, stringo le cosce e ti imprigiono nella mia carneaffamata.
L’odore di sesso rende l’aria irrespirabile.
-Andiamo- mormori, con voce concitata.
Facciamo di corsa i tre isolati che ci separano da casa. Già nell’ascensore mimangi la bocca e mi stringi i seni con violenza, mentre attraverso i calzoni sento il peso della tua erezione. Apri la porta e una volta entrati mi spingi contro il muro, sollevando con le mani forti il mio sedere, mentre io aggancio con una gamba il tuo fianco.
Mi prendi così e io grido di piacere e mi pare di non aver mai fatto l’amore prima di ieri sera , di oggi, di non aver mai conosciuto nessun altro uomo prima di te.
Temporaneamente saziati, ci avviamo al letto, barcollando come due marinai ubriachi.
Amiamo tutti e due le sensazioni nuove, forti, siamo sfrenati nelle nostre voglie, che sono come vino rosso che scorre abbondante e che nessun bicchiere riesce a contenere.
Così seguitiamo ad abbracciarci, a stringerci, a leccarci avidamente, come se il nostro amore non avesse un domani…

WESTMINSTER

 

sconosciuto2

 

Il nostro rapporto è arrivato alla frutta, non ci resta che separarci. Dopo un anno trascorso insieme ora -nello stesso letto in cui abbiamo fatto l’amore fino a sfinirci- sembriamo due sculture su un sarcofago.
Il re e la regina.
Morti.
Marmo freddo da cattedrale.
Westminster.
Finalmente ti decidi:
-Io vado a dormire nello studio, è meglio-
Mi volto dandoti la schiena, alzo le ginocchia fino ad abbracciarle strette al petto e mi accorgo che le labbra mi tremano, sto per piangere. Dove è finito il nostro amore delle tempeste, quella passione che ci portava a toccarci appena possibile, a far l’amore fino allo sfinimento, a divorarci a vicenda come cannibali?
Eccoci qui a dormire separati sotto lo stesso tetto, incapaci di comunicare, di confortarci a vicenda.
Più soli che se non ci fossimo mai incontrati, perché non c’è desolazione che possa eguagliare quella di una passione morta per sempre e che credevamo se non eterna almeno un pochino più longeva.
Meglio essere in una caverna a vivere come un eremita oppure girare di pub in pub cercando un uomo da rimorchiare che starti vicino adesso.
Ora il letto condiviso diventa una zattera malsicura in un mare infestato da squali, un pianeta morto privo di atmosfera su cui siamo erroneamente atterrati.
Non c’è più spazio intorno a noi per sopravvivere, l’anima affonda come un sasso.

Io mi sono fatta confondere dal solito venditore di collanine e specchietti colorati, tu hai smesso di parlare, dopo l’ultima litigata feroce.

Eppure in questa solitudine gelata, di pietra, la carne si risveglia…quasi a dimostrare che la resa non è completa, che forse il fuoco si può riaccendere.
Così mi alzo, intuendo confusamente che sto commettendo un inutile errore; camminando in punta di piedi lungo il corridoio mi avvio al tuo studio.
Ho indossato la camicia da notte bianca ottocentesca, quella che abbiamo comprato a Londra, in Camden Hight, piena di pizzi, che ti eccitava tanto.
Apro lentamente la porta: nella luce della lampada da tavolo sei bellissimo e le tue mani , intente ad accendere una sigaretta, mi stordiscono in un lampo di desiderio.
Ti volti e mi guardi, con aria interrogativa, curiosa.
La camicia sbottonata fino alla vita mostra i senti di donna fatta che paiono appesi per sbaglio sul torace magro.
Mi avvicino all’ampia scrivania, mi siedo sul bordo, poi rapidamente mi volto e salgo in piedi, dietro al portatile acceso.
Silenzio assoluto, tu fumi e mi fissi negli occhi. Dall’alto le tue pupille sono ancor più chiare, color del ghiaccio.
Allargo le gambe e lentamente sollevo la lunga camicia, fino a mostrarti il sesso accuratamente depilato e resto lì, di fronte a te, in attesa.
Potremmo essere due estranei che si sono appena conosciuti in un bar o in una assordante discoteca, per l’assenza palpabile di intimità che c’è tra noi… eppure l’odore di sesso si avverte, insostenibile.
-Che cosa stai facendo?-
-Lo vedi, ti sto eccitando –
-Pensavo volessi castrarmi, o almeno così mi pareva d’aver capito nell’ultima lite-
-Lo voglio ancora-

Il tono della mia voce ti fa indurire di colpo, lo so.
La solita vecchia storia.
Io ammansita, ti cerco, tu sadico, con la solita crudeltà vera o falsa che sia, mi aspetti al varco della mia debolezza: il sesso.
E questa situazione è per noi un potente afrodisiaco.
Eppure il tuo sguardo rimane assente, solo un piccolo sorriso ti muove le labbra.
Scendo e mi sistemo sul tuo grembo, strusciandomi su di te, sulla tua rigidità, la tua voglia.
Ti abbraccio stretto.
-Guarda, è inutile, lascia perdere…- ma la voce ti si fa roca, anche perché, aperti i pantaloni, con studiata lentezza ti prendo dentro di me.
Affondi il viso tra i miei seni artigliandomi i fianchi e iniziamo la folle cavalcata, quella che ci fa urlare di piacere e di dolore: ti mordo un labbro a sangue.

E l’orgasmo arriva tumultuoso.
Grido: allora tu cominci a muoverti in cerca del tuo piacere, come se questo fosse nascosto dentro di me in profondità e dovessi pescarlo, tirarlo su dal fondo come faresti con un pesce che ti sfugge agitandosi.
Io osservo lo spettacolo da molto lontano, quasi assistessi a un film ad alta tensione erotica in cui io stessa sono la protagonista.
E che quindi conosco a memoria.
Ecco, ce l’hai fatta, tutto finito.
Non ti muovi più resti immobile.
Senza parole.

Pesce e pescatore ansimanti sulla riva del mare.
Ma che tipo di uomo è uno che non fa il minimo rumore quando viene?
Un uomo morto?
Forse siamo morti tutti e due.

All’improvviso mi sento sporca, vagamente necrofila.
Senza parlare mi alzo e ti lascio lì, con la tua sigaretta che si consuma nel portacenere
E mentre ritorno in camera da letto penso
-Come abbiamo fatto a stare insieme per un anno e all’improvviso diventare così estranei l’uno all’altro? Sembriamo due vagoni merci che hanno percorso un tratto di binari incatenati l’uno all’altro prima di venir staccati e spediti ai poli opposti della terra.
Però avresti anche potuto dirmi qualche parolina dolce di circostanza.
Lo dovresti sapere che le parole mi riscaldano sempre-
Ma noi non conosciamo più parole d’amore, anzi neppure parole.
Le parole sono l’unico linguaggio che non riusciamo più a parlare.

Vampira bianca

 

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Sono una donna vampiro, ma di una specie particolare: non vivo di sangue che zampilla rosso da una carotide recisa, ma di seme, il bianco succo della vita, che bevo direttamente alla fonte dei maschi della vostra specie.
Sono sempre affamata e assetata.
A differenza dei vampiri classici io caccio sia di notte che di giorno scegliendo prede che al primo impatto considero ” appetitosi”nel senso che mi mandano gli ormoni in orbita.
Sono pur sempre una donna…
Nessuno vede dietro i denti bianchi e le labbra morbide una lingua che sa avvolgersi come un serpente su se stessa, preparandosi a lambire carne calda, per spremerla fino all’ultima goccia come farebbe una pianta carnivora.
Nessuno capisce che quello che fa fremere il mio seno generosamente esposto o che fa pulsare di voglia il mio ventre non è il desiderio di essere penetrata, ma quello di mangiare e bere, succhiando anche l’anima della mia vittima.
E la mia bravura vi porta in paradiso, uomini, la prima volta.
Poi…

Anche con te è successo come con gli altri: ti ho incontrato in un vernissage noioso: ti ho scelto per la tua vitalità animalesca e per lo sguardo che era già un far l’amore, magari contro un muro; per un attimo ho quasi desiderato di averti dentro di me, ma solo per un attimo, poi il mio vero appetito ha preso il sopravvento.
Così ti ho invitato a casa mia e in camera da letto mi sono spogliata velocemente; tu volevi fare altrettanto, ma ti ho fermato: non potevo aspettare.
Dopo averti aperto con dita febbrili i pantaloni, abbracciandoti i fianchi, ti ho preso in bocca.
Ho cominciato a leccarti lentamente, a pregustarmi il tuo sapore, mentre gemevi.
Fino a che non mi hai pregato:

– Fammi venire, non resisto più-

E’ bastata la pressione delle dita e delle labbra sulla carne tesa e congesta, per farti esplodere in lunghe dense sorsate che ho ingoiato fino all’ultima goccia.
Tanto era il mio piacere nel saziarmi di te che ho udito a stento il tuo grido di liberazione.
Lentamente mi sono rialzata, leccando dalle labbra anche l’ultima traccia di seme, mentre tu ti gettavi sul letto, dicendo:
– Nessuna mi ha mai fatto provare tanto piacere, sei brava davvero –
-Non sai quanto- ho mormorato tra me.
Allora hai iniziato a carezzarmi con sapienza: quando mi hai toccata e ti sei accorto della mia eccitazione -ho un appetito insaziabile- nuovamente pronto hai fatto per prendermi, ma io ti ho fermato.
E la mia bocca ha ricominciato a lavorarti: ti ho divorato e gustato meglio, eri veramente buono, il seme migliore che avessi mai assaggiato.
Un tesoro, da conservare con cura.

Ma alla terza volta, quando il dolore si unì al piacere, perché il tuo liquido vitale iniziava a scarseggiare, mi chiedesti di smetterla:
-Per favore, ora basta- dicesti con una smorfia.
Allora forse hai cominciato a chiederti perché mi piacesse tanto l’amore orale che non chiedeva di essere ricambiato, e prima di addormentarti sfinito, ti è passato per la mente l’orrendo sospetto di essere, per me, solo una fonte di sostentamento.
Così, visto che eri davvero di qualità superiore, non potevo lasciarti andare: allora ti ho legato al letto, mani e piedi, mentre dormivi; e ti mantengo in vita per potermi nutrire della tua preziosa fonte.
Ora a volte esce sangue a colorare il liquido bianco che non è più così denso.
Ma sebbene le corde ti segnino profondamente le caviglie e i polsi-ti divincoli per liberarti quando non ci sono- appena mi vedi guardi con desiderio le mie labbra, perché nonostante il dolore mi vuoi, mi vuoi sempre e comunque.
Presto ti libererò quando non potrò più nutrirmi di te, e tu andrai a raccontare una incredibile storia che nessuno crederà, quella di una strana bella donna vampira assetata di seme invece che di sangue.
Poi comincerai a bussare alla mia porta, perché non potrai resistere senza la mia bocca e allora dovrò ucciderti: purtroppo i farmaci di cui ti rimpinzeranno per farti dimenticare questa pazzesca avventura danneggeranno irrimediabilmente il sapore del tuo sangue bianco.
Peccato…

BORGIA

 

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Roma 3 Giugno 1497

 

Mi giro e rigiro tra lenzuola spiegazzate, nel caldo torrido e umido, insolito, di questo inizio giugno, incapace di prendere sonno, perseguitato da quella che ormai èdiventata un’ossessione.
Sento in lontanaza il cupo rumore del tuono, magari piovesse.
Ai piedi del mio letto, rannicchiato per terra come un cane, russa Michelotto, il mio servo più fedele.
Nella stanza accanto dormi tu, mia sorella, Lucrezia, così bionda e bianca, tanto diversa da me, nero di capelli e scuro di pelle.
Ma così simile nel sangue spesso e incontrollabile di voglie che ci scorre nelle vene,un sangue rosso profondo come rosso profondo è il colore del Toro, nostro stemma.
Siamo figli di un PapaRe, carne e anima intrecciati insieme, siamo Borgia: tutto ci èpermesso e, dentro di noi, vietato.
Io cardinale…solo la mente di Alessandro VI padre nostro poteva impormi una carica così proficua al potere temporale della Chiesa e per me così grottesca.
Perché Cesare non ha altri dei da servire all’infuori di se stesso.
Sono un Principe della Chiesa che segue le orme paterne; infatti da un anno a questa parte, oltre a donne di rapina, avventure di poco conto, accolgo nel letto mia cognata, la bella Sancha D’Aragona che ha avuto la “fortuna” di sposare quell’inetto bamboccio del mio fratellino José.
E’ la sgualdrina più in gamba che abbia mai conosciuto; e sì che nei miei ventidue anni di vita ne ho apprezzate parecchie, cominciando da quella Giulia Farnese che ancora scalda il letto al  padre mio.

Io ti amo Lucrezia, Lucia, come ti chiamavo da un tempo.
E ho sofferto le pene di quell’inferno che è il mio regno quando hai sposato lo Sforza, ancora una bambina e ora..dovremo darti in moglie ad Alfonso di Bisceglie.
Politica, Napoli è la nostra spina nel fianco, ma la gelosia mi tormenterà ancora più violenta , perché Alfonso è giovane e bello, non un mezzo uomo come lo Sforza.
Lo sai che quando mi sfinisco sul ventre di Sancha con feroce accanimento non posso smettere un attimo di pensare a te?
E quella gran puttana se n’è accorta, ieri mi ha detto:
-Ma voi Borgia che vi sposate a fare? Tanto fate tutto tra di voi- Non è mai capitato che dormissimo così vicini Lucrezia: ma stanotte io,te e Juan siamo all’Esquilino,ospiti in casa di nostra madre, che non è il palazzo di S.Maria in Portico e ci siamodovuti adattare.
Sono sicuro che anche tu pensi a me in questo momento, innervosita dal caldo e dalla paura, perché ti faccio paura, vero Lucia?
Hai capito, oggi, mentre parlavamo a tavola con nostra madre che ho già deciso la sorte di Juan il duca di Gandia, uno sciocco presuntuoso incapace, non di certo un Capitano Generale degli eserciti della Chiesa, come vorrebbe il padre nostro, Santa Beatitudine.
E il fatto che ci sia fratello è irrilevante, lui non farà mai grande la casata dei Borgia.
Preferisce le perle alle spade.
Mi hai guardato terrorizzata, Lucrezia, ma poi il freddo della paura nei tuoi occhiazzurri si è sciolto divorato da una fiamma improvvisa che mi ha fatto avvampare.

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Allora ti sei alzata, e accarezzandomi una guancia, con una scusa mi hai trascinato a passeggiar sotto il pergolato, lontano dai loro sguardi, stringendoti a me.
All’improvviso, guardandomi fisso negli occhi, il seno che mi sfiorava il petto, haichiesto:
-Non farlo Cesare ti prego; io voglio bene anche a lui, come a te-
Vedendo la mia espressione hai continuato:
-Non come a te , non come a te…
Dimmi, mi trovi bella, Cesare? Bella come Sancha?- e nel pormi questa domanda, hai reclinato un poco il capo, con una mossa da civetta consumata, allontanando con la mano dal viso i lunghi capelli del colore dell’albicocca dorata.
Allora non ho resistito e ti ho affondato il viso nel seno, ma tu mi hai allontanato, e sei fuggita, mormorando:
-No, Cesare, no, non possiamo-

La notte trascorre, inutilmente mi rigiro nel letto, tentando di scacciare la visione di te, che nella stanza accanto, giaci sicuramente seminuda, visto il caldo malsano ed estenuante che ci perseguita anche nelle ore notturne.
Basta, mi alzo, devo vederti, il mestiere delle armi non mi aiuta in questa guerra.
So essere silenzioso come un gatto, eppure Michelotto è pronto a colpire con ilpugnale alzato.
-Sss, esco a prender aria, no, stai qui, non seguirmi-
E il cane fedele si rimette a dormire.
Sono in camera tua, mi avvicino all’enorme letto che hai lasciato libero da tende, pernon sentirti soffocata oltreché dal caldo anche dalla stoffa.
Due lucerne illuminano vagamente la stanza, creando giochi di fantasmi sui muri e sui mobili.
Sembri ancora più piccola sprofondata tra grandi cuscini a stento coperta da una leggerissima veste candida che ti copre dal collo alle caviglie, come un sudario.
Tieni le braccia spalancate, le cosce leggermente aperte.
-Lucrezia-mormoro-Lucia-
Ma tu non rispondi, dormi o fingi di dormire.
Sollevar quel velo è un attimo e farlo salir in alto, fino a scoprirti i seni è entrar in un giardino di delizie.
Allora mi accorgo dello specchio dall’altra parte del letto; vedo riflessa una figurad’uomo torva, scura: eppure c’è amore in me, ma di una specie particolare che non illumina lo sguardo e non fa dolci i lineamenti.
Ho nel petto pugnali acuminati invece che dolcezze mielose.

Poi il tuo sesso biondodorato leggermente dischiuso mi attira, come un frutto appetitoso da divorare.
I capelli paiono lunghissimi serpenti gialli di sole, arrivano con alcune ciocche ad ombreggiarti il ventre, mentre la tua carne delicata di bionda così bianca e cremosa mi fa rabbrividire di desiderio.
Sono eccitato e teso allo spasimo.
Tu fingi di dormire,lo so, me ne accorgo dal respiro affrettato, dai capezzoli tesi dal desiderio, ritti come lance in battaglia.
Le labbra sono dischiuse, lucide, pare aspettino la mia lingua a confondersi con latua.
Sono ancora in tempo a fermarmi, come sull’orlo di un precipizio: so che oltre il ciglio c’è solo il punto di non ritorno per noi, Lucrezia.
Se solo tu dicessi una parola…
Ma in fondo tutta la nostra vita è fatalità: sarà così come doveva essere.
Mi siedo sul letto e mi chino su di te, sul tuo ventre adolescente e su quel sesso che mi preparo a onorare come fosse un sacramento; delicatamente separo le due rosee labbra, che si aprono docilmente alle mie dita, come per facilitarne l’entrata.
Ora posso saziare il mio sguardo con quei rosei petali caldi di eccitazione messi a guardia della porta del piacere, con la delicata fessura che immagino già umida…
Guardo il tuo viso: si è arrossato, le labbra dischiuse, la lingua a bagnarle, mentre le ciglia fremono…
-Cesare- mormori- Cesare…-
-Sì Lucrezia, va tutto bene, è giusto così, noi ci apparteniamo, Lucia, io e te solicontro tutti, ti ricordi quando eravamo bambini? –
Ma tu continui a mormorare il mio nome e frasi spezzate senza senso.

Mi prende una voglia insensata di assaggiarti, di cibarmi di te; allora, incapace di resistere, mi chino e con la lingua prendo a sfiorare anche le piccole labbra, cosìtenere,frugandoti in tutti gli angoli, gli anfratti del tuo cuore di femmina.
Tu prendi a muovere i fianchi, come ad aiutarmi, mentre le tue mani mi cercano e le cosce si aprono ancor più.
-Prendimi, Cesare, vieni, tu che sei un vero uomo…-
Mi sdraio sopra di te mentre mi mormori ansante all’orecchio:
-E’ come se tu fossi stato il primo, Cesare, mio unico amore, fammi godere, fammiquello che fai alle tue donne, dammi…-
E così dicendo ti apri tutta sotto di me , sforzandoti di inghiottirmi per intero.
E gridi, di piacere e dolore: con un morso ti ho fatto sanguinare il collo.
Spingo e affondo sempre di più a ogni colpo, per raggiungere la tua più intima profondità di donna, dove mi pare che innumerevoli piccole labbra succhino la punta del mio sesso.
Vengo con una intensità dolorosa, riempiendo del mio seme il corpo che ho violato contro ogni legge divina e umana e che ora è mio, nessuno riuscirà più a portarti via da me.
Le labbra, incollate alle tue, ti divorano l’anima.
Ora non parli, resti lì, immobile, gli occhi spalancati, fissi nei miei.
-Ti ho fatto male?- chiedo con voce tremante , stringendoti forte tra le braccia.
– Si, ma vorrei che tu stessi dentro di me per sempre –
Poi ti chini sul mio sesso, sporco di seme: inizi a leccarlo, poi a succhiarlo, con una abilità che non mi meraviglia- sei una Borgia anche tu-mentre con la lingua mi porti in paradiso.
Un tuono improvviso fa tremare i vetri delle finestre, seguito da un altro e un altro ancora.
Improvvisamente la porta della stanza si spalanca e Juan , lo stupido Duca di Gandia,il mio inetto fratello, irrompe nella stanza:
-Che succede Lucrezia, parlavi, gemevi, rumori di letto; mica l’avrai fatto uscire dalla finestra, il tuo amante vero? –

La sciocca risata gli muore in gola: rimane lì, come folgorato.
Tu sei tra le mie braccia, il viso sul mio petto, la mano ad accarezzarmi il sesso.
-Vattene Juan, vattene…-
Mormori con voce stanca, senza spostarti.
E quando la porta si rinchiude lentamente, mi baci con furia, attirandomi di nuovo sopra di te: lo so che cosa stai pensando.
Ora il Duca di Gandia deve davvero morire.
Siamo Borgia, non temiamo nulla, né Dio né gli uomini.

N.d.A: Il 16 Giugno dello stesso anno il duca di Gandia fu trovato morto nel Tevere ucciso a pugnalate.
Tutti gli storici sono ormai concordi nell’attribuire l’omicidio a Cesare Borgia
che riteneva il fratello un inetto nel mestiere delle armi.
Fu così che Cesare, primogenito di Alessandro VI, detto il Valentino, divenne il Principe di Nicolò Machiavelli .

Tortuga

 

serpente

 

Quando ti prepari a far l’amore per la prima volta con un uomo che hai conosciuto da poco e che ti ha inesorabilmente attratto fin dal primo sguardo è come se partissi alla volta dell’isola di Tortuga, una terra bellissima e misteriosa, dove vivono fascinosi pirati, ricca di storia e di magia, di tesori,di flora e fauna talmente rare da far sì che ci voglia uno speciale permesso dei Fratelli della Costa per visitare quell’Eden.
E quando l’ottieni ti aspetti di trovare davvero il Giardino delle delizie.
Così ti attrezzi: zaino con acqua, cibo e biancheria intima da diavola per l’alcova, la tua meta agognata, da raggiungere al più presto e dove lui sarà ad aspettarti, con quelle mani che già senti su di te, con quella bocca che cento volte hai immaginata scendere dai seni al ventre fino al tenero inguine per fermarsi dove più violento batte il tuo cuore di femmina
Ma se una volta sbarcata in quel paradiso così a lungo sognato tu ti limitassi a salire lungo l’unico sentiero che ti si apre di fronte senza cercare con insistenza quello che porta in vetta al monte roccioso simile a una tartaruga, vedresti intorno solo rocce bianche e rossastre, fragili, aspre e taglienti, brillanti di quarzo, grotte che si aprono come bocche misteriose in superficie, rose selvatiche, rovi e farfalle.
Farfalle di tutti i colori, bellissime, ma destinate a contar gli istanti di vita, non gli anni.
E se poi ti fermassi lungo il percorso decidendo che l’ombra di un albero è davvero molto accogliente, allora troveresti un corpo come tanti altri, un sesso di maschiocome tanti altri, berresti a una fonte che non riuscirà a dissetarti, perché, infine, è solo acqua, limpida e più o meno saporosa.

Invece devi impegnarti a salire la lunga impervia scala di pietra che ti porterà alla vetta, per guardare giù, fino al mare.
Solo così diverranno reali per te le leggende, le avventure, le passioni, i tormenti che da secoli costituiscono il mistero dell’isola di Tortuga e il grido dei gabbiani diverrà un canto di sirene quando tra una roccia e i pini loricati vedrai sull’acqua verdedorata la barca che ti ha trasportato trasformarsi in un modellino poggiato su uno specchio fatato.
Allora i Fratelli della Costa faranno di te la loro regina , mentre lui, il tuoprincipe pirata per il quale hai salito quella lunga scala sconnessa fino alla vetta, andrà a prenderti le stelle per regalartele.
E tra i tuoi seni risplendereanno le Pleiadi

CAMBIO

 

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Abbiamo litigato ferocemenente.
Ci siamo preparati per la cena già programmata e impossibile da disdire tra insulti e accuse, le più senza fondamento.
Scendiamo le scale, uno avanti all’altro, in un silenzio glaciale.
Prima di salire in macchina tu dici:
-Basta, sono stanco, finiamola qui- e io, di rimando:
-Mi pare la cosa più giusta; non saprai mai quanto sei riuscito a stancarmi-

Partenza. La macchina esce dal garage alla velocità della luce e nello stesso modo abborda la strada asfaltata.
-Vai piano, non intendo morire troppo giovane-
Sibilo io.
Ma tu non mi dai ascolto, tagli le curve, guidi con rabbia, le mani contratte sul volante, lo sguardo fisso di fronte a te.
E io guardo quelle mani grandi, dalle dita lunghe, le articolazioni sporgenti… e non posso fare a meno di sentirle su di me , insieme alle tue labbra, ora così serrate, mani e bocca lungo tutto il corpo ad accarezzare, sfiorare,  penetrare.
Meglio pensare ad altro, non è possibole, non può il sesso far dimenticare certe cose, mi ha offesa, va bé, l’ho fatto anche io, ma mi ha dato della stronza e io dell’idiota, della stronza e della puttana e io allora? Gli ho detto quello che ad un uomo fà più male:
-Con te anche il piacere è un optional, fingo, fingo quasi sempre- quando anche un sasso si accorgerebbe che non è vero.

Non è vero, perché io con te vado in Paradiso e oltre.
Ecco la verità.
Ora cambi marcia, anzi lo fai troppo di frequente, non usi i freni e il tuo braccio sulla leva del cambio, con il pugno chiuso, mima l’amplesso, avanti, indietro, sei violento, non usi la solita delicatezza.
E non posso fare a meno di pensarti eccitato , il tuo sesso si sostituisce al cambio e comincia a entrare dentro di me, a uscirne, più veloce, sempre più veloce, per poi rallentare il ritmo e …
Mi agito sul sedile di pelle, inutile negarlo, ti voglio, un cuore batte tra le gambe.

Cerco di ricordarmi le parole violente e offensive che ci siamo scambiati mentre guardo di sottecchi il tuo profilo severo, da santo bizantino.
Non devo cedere per prima, ma se continui a guidare a questa velocità rischio di non avere più un’altra occasione per averti.

Non posso resistere oltre, faccio salire lentamente la gonna, le mie gambe lunghe e snelle comprese di scarpa rossa con tacco 12 ti hanno sempre eccitato.
Niente, sei sempre muto e apparentemente ti comporti come se io non ci fossi.
Mi agito vistosamente, sospiro e poi decido di entrare in azione .
C’é una cosa che mi fa impazzire, prenderti in bocca quando guidi, ma ora è rischioso, non te l’aspetti , qui ci giochiamo la pelle.
Ma senza rischio la vita non è vita.
Così mi abbasso all’improvviso su di te, il viso tra le tue gambe, le dita frenetiche nei pantaloni.
-Ma che fai, sei diventata matta? Fede, no, non puoi ridurre sempre tutto a questo, non puoi-
Ma la tua voce si incrina, perché le mie labbra hanno scoperto il tesoro: il tuo sesso è piccolo, morbido, indifeso, lo prendo in bocca , aspettando che in quel calore umido si ingrossi gloriosamente.
Di nuovo un debole no, che finisce in un gemito, perché…

…Ora esiste solo il caldo contatto della mia lingua con questa carne viva dentro di me che vuole essere liberata attraverso il piacere che solo io posso darle.

Ma non mi aspetto quello che succede ora; una brusca frenata ti fa uscire dalla mia bocca.
Mi spingi sul sedile vicino che abbassi, mi alzi la gonna e sfili gli slip con movimenti rapidissimi.
Non mi rendo conto di quello che sta succedendo fino a che non ti ho addosso, in una posizione da contorsionisti.
Il kama-sutra a noi ci fa un baffo.

Con una mano mi afferri la nuca e mi penetri con violenza tanto fa farmi male.
Mi fai l’amore come se fossi un nemico da distruggere, mentre mormori al mio orecchio, sui miei seni, un capezzolo in bocca:
-Allora, davvero non godi con me? davvero?-
Non posso rispondere  perché sto per andare in paradiso, un tacco contro il volante, l’altro compresso sulla la tua schiena.
E grido:
-Ti amo, davvero, dimentichiamo tutto, io…-

Il respiro è un rantolo, mentre continui a trafiggermi fino a immergere il viso con un singulto tra i miei capelli.
Ora mi rendo conto che siamo sul ciglio della strada, fortunatamente è notte, altrimenti saremmo stati uno spettacolo niente male.
Tu ridi e mi baci, questa volta con tenerezza, poi :
-Forse prima ci sbraniamo per gustare meglio, dopo, i nostri corpi fatti a pezzi dalle parole: è un gioco pericoloso-
Io non rispondo, penso solo che è stato bellissimo e che in fondo la vita va azzannata e divorata, così, giorno per giorno.
Non avrebbe senso passarle accanto tra mazzi di fiori e bigliettini amorosi, almeno non per me.