VAMPIRABIANCA

Sono una donna vampiro, ma di una specie particolare: non vivo di sangue che zampilla rosso da una carotide recisa, ma di seme, il bianco succo della vita, che bevo direttamente alla fonte dei maschi della vostra specie.
Sono sempre affamata e assetata.
A differenza dei vampiri classici io caccio sia di notte che di giorno scegliendo prede che al primo impatto considero ” appetitosi”nel senso che mi mandano gli ormoni in orbita.
Sono pur sempre una donna…
Nessuno vede dietro i denti bianchi e le labbra morbide una lingua che sa avvolgersi come un serpente su se stessa, preparandosi a lambire carne calda, per spremerla fino all’ultima goccia come farebbe una pianta carnivora.
Nessuno capisce che quello che fa fremere il mio seno generosamente esposto o che fa pulsare di voglia il mio ventre non è il desiderio di essere penetrata, ma quello di mangiare e bere, succhiando anche l’anima della mia vittima.
E la mia bravura vi porta in paradiso, uomini, la prima volta.
Poi…
Anche con te è successo come con gli altri: ti ho incontrato in un vernissage noioso, ti ho scelto per la tua vitalità animalesca e per lo sguardo che era già un far l’amore, magari contro un muro; per un attimo ho quasi desiderato di averti dentro di me, ma solo per un attimo, poi il mio vero appetito ha preso il sopravvento.
Così ti ho invitato a casa mia e in camera da letto mi sono spogliata velocemente; tu volevi fare altrettanto, ma ti ho fermato: non potevo aspettare.
Dopo averti aperto con dita febbrili i pantaloni, abbracciandoti i fianchi, ti ho preso in bocca.
Ho cominciato a leccarti lentamente, a pregustarmi il tuo sapore, mentre gemevi.
Fino a che non mi hai pregato:
– Fammi venire, non resisto più-
E’ bastata la pressione delle dita e delle labbra sulla carne tesa e congesta, per farti esplodere in lunghe dense sorsate che ho ingoiato fino all’ultima goccia.
Tanto era il mio piacere nel saziarmi di te che ho udito a stento il tuo grido di liberazione.
Lentamente mi sono rialzata, leccando dalle labbra anche l’ultima traccia di seme, mentre tu ti gettavi sul letto, dicendo:
– Nessuna mi ha mai fatto provare tanto piacere, sei brava davvero –
-Non sai quanto- ho mormorato tra me.
Allora hai iniziato a carezzarmi con sapienza: quando mi hai toccata e ti sei accorto della mia eccitazione -ho un appetito insaziabile- nuovamente pronto hai fatto per prendermi, ma io ti ho fermato.
E la mia bocca ha ricominciato a lavorarti: ti ho divorato e gustato meglio, eri veramente buono, il seme migliore che avessi mai assaggiato.
Un tesoro, da conservare con cura.
Ma alla terza volta, quando il dolore si unì al piacere, perché il tuo liquido vitale iniziava a scarseggiare, mi chiedesti di smetterla:
-Per favore, ora basta- dicesti con una smorfia.
Allora forse hai cominciato a chiederti perché mi piacesse tanto l’amore orale che non chiedeva di essere ricambiato, e prima di addormentarti sfinito, ti è passato per la mente l’orrendo sospetto di essere, per me, solo una fonte di sostentamento.
Così, visto che eri davvero di qualità superiore, non potevo lasciarti andare: allora ti ho legato al letto, mani e piedi, mentre dormivi e ti mantengo in vita per potermi nutrire della tua preziosa fonte.
Ora a volte esce sangue a colorare il liquido bianco che non è più così denso.
Ma sebbene le corde ti segnino profondamente le caviglie e i polsi-ti divincoli per liberarti quando non ci sono- appena mi vedi guardi con desiderio le mie labbra, perché nonostante il dolore mi vuoi, mi vuoi sempre e comunque.
Presto ti libererò quando non potrò più nutrirmi di te, e tu andrai a raccontare una incredibile storia che nessuno crederà, quella di una strana bella donna vampira assetata di seme invece che di sangue.
Poi comincerai a bussare alla mia porta, perché non potrai resistere senza la mia bocca e allora dovrò ucciderti: purtroppo i farmaci di cui ti rimpinzeranno per farti dimenticare questa pazzesca avventura danneggeranno irrimediabilmente il sapore del tuo sangue bianco.
Peccato…

Katti

Da ieri mattina sono nel mio paradiso terrestre, una piccola insenatura di rocce nere e sabbia candida nel levante Ligure.
Pressoché inaccessibile via terra -solo io e altri pochissimi incoscienti hanno il coraggio di scendere lungo un sentiero da capre sul fianco della cresta rocciosa camminando per circa due ore- lo è anche via mare, per gli alti scogli che fanno barriera, permettendo solo uno stretto corridoio di passaggio.
Ogni anno, in Luglio, se il tempo lo permette, vengo a trascorrere qui qualche giorno in solitudine, per salvarmi la vita, è necessario: sono questi i soli giorni in cui gli Dei si degnano di ascoltarmi.
Scendo quaggiù, senza cellulare,lo zaino con provviste non deperibili, un contenitore per l’acqua da bere che riempio in una fonte che zampilla freschissima proprio sopra la piccola spiaggia, un materassino gonfiabile e qualche asciugamano: quanto basta alla mia sopravvivenza.
Qui vivo, anche se per pochi giorni, allo stato primitivo: vago nuda tra le rocce, la macchia mediterranea e i pini che arrivano quasi al mare, esploro caverne marine, raccolgo esemplari di fiori che non conosco, ascolto il canto delle cicale, ininterrotto, dal mattino alla sera e cerco di interpretare le urla dei gabbiani, che mi si avvicinano senza timore, pare che mi riconoscano, un anno dopo l’altro.

La mia pelle si incrosta di sale, gli occhi si arrossano per il lungo tempo passato sott’acqua e per il sole, che quaggiù batte implacabile, riflettendosi sui grandi massi rosati che proteggono a monte il mio paradiso.
Io chiamo questo eden privato la spiaggia del lupo, per la forma di una grande roccia, che la sovrasta ad ovest, e che pare proprio il muso di un enorme lupo.
Ieri è stata una giornata faticosa, parecchie ore le ho passate in immersione, altre per i boschi con addosso solo una stracciata t-schirt, nel tempo restante ho lasciato che il sole cuocesse la mia pelle, mentre il pensiero vagava.
Ho aspettato che facesse notte, avvolta in un asciugamano, mentre tutto attorno a me taceva;le creature terrestri si preparavano al sonno ed io ho fatto lo stesso.
Dietro una roccia, in una piccola caverna c’è la mia tana: mi sono stesa sul materassino di
gomma, con la mia vecchia t-schirt: stanchissima, raggomitolata in posizione fetale, mi sono addormentata subito, di un sonno pesante, senza sogni.
Questa mattina ho aperto gli occhi al frinire delle cicale e alle strida dei gabbiani.
Che gioia sensuale svegliarsi completamente nell’acqua del mare, che sa ancora di notte: mi pare che cento mani si prodighino sul mio corpo in frizzanti carezze.
Mi immergo, per andare a salutare gli amici pesci, le alghe, basse sul fondo, i mitili, abbarbicati alle rocce; quando sono stanca di sguazzare, salgo su una roccia, per guardare i motoscafi che passano al largo: mi piacciono le scie di schiuma che lasciano , paiono veli di sposa.
Ho fame, è l’ora del pranzo, mi dirigo a riva, mangio, bevo la mia acqua di fonte e poi mi stendo al sole, sul grande asciugamano; spossata, scivolo nel sonno, dolcemente, come dentro ad un pozzo che non ha fondo.
In lontananza, come da un’altra dimensione, mi arriva l’eco di una risata, giovane, vibrante come cristallo che si frantuma in mille schegge, mentre una sensazione di piacere sottile mi fa rabbrividire ed aprire gli occhi.
Sopra di me, una testa biondissima fa oscillare i lunghi morbidi capelli sui miei seni, sulle mie braccia spalancate e ora sul viso.
-Katti- mormoro-ma quando sei arrivata in Italia? e chi ti ha detto che ero qui?-
Gli splendidi occhi della ragazza di un verde cangiante con pagliuzze dorate ridono prima della bocca; mi accarezza una guancia e:
-L’ho saputo da Luca, lui ti tiene sempre d’occhio,vero? Mi sa che non ci fai più l’amore, da come è depresso…-
La lingua italiana nel suo accento svedese si veste d’intrigo, l’ascolterei per ore.

-Katti, ma perché questa improvvisata? E che c’entra Luca, sono passati anni,mi ripetevi che non ti interessava più, che potevo prendermelo, che…-
-Non è andata proprio così, Fede, tu rigiri sempre tutto a tuo vantaggio vero? Ma non importa, io sono qui per rivederti, il resto non conta più nulla-
Intanto una delle sue mani, posata sulla mia spalla, giocherella con un piccolo foulard dai colori sbiaditi, che forse le serve per legare i capelli.
E’ distesa vicino a me, su di un fianco: la sua carne pare morbida panna, tanto è bianca; i seni dalle punte aguzze d’adolescente, mi guardano impertinenti; i mie occhi scivolano sul sesso, un triangolo dorato tra le cosce e, più in giù, perlustrano un paio di gambe che paiono non aver fine e che invece trovano il loro degno compimento in due snelle caviglie incrociate…
-Katti, ma tu non stai mai al sole, ti scotti; non hai della crema protettiva?io non ne ho lo sai-
-Lo so, non ne hai bisogno, ma ho io la crema, ora la prendo e tu mi aiuti a spalmarla, sì?-
Il vezzo di aggiungere quel sì interrogativo in fondo ad ogni frase mi ha sempre affascinato. Si volta, apre una piccolissima borsa di plastica rossa e ne tira fuori un tubo di crema solare di marca assolutamente sconosciuta.
Me lo porge, ridendo e si sdraia accanto a me: non sono né dubbiosa né imbarazzata, solo eccitata: ora so che l’ho sempre desiderata e che lei vuole me: è tutto molto chiaro, semplice e naturale.

Mi inginocchio, apro il tubo e faccio scorrere un po’ di crema fluida sui suoi seni e sul ventre, poi me ne spargo una buona parte sui palmi delle mani e mi chino su di lei, come se mi accingessi a compiere un rito pagano su quel corpo splendido tanto diverso dal mio.
Inizio dalle mani, ungendo una ad una le lunghe dita, poi risalgo alle braccia e infine arrivo ai seni: come tocco i capezzoli rosei la sento rabbrividire, mentre i suoi occhi aperti contro il sole -ma come fa? mi chiedo distrattamente- non smettono un attimo di fissarmi.
Continuo nella mia opera: quando arrivo al ventre piatto e ai fianchi stretti, da ragazzo, cerco di non guardare quel sesso dorato , color albicocca,che mi attira irresistibile e passo oltre, alle cosce di seta, alle gambe lunghe e snelle, mentre Catti sospira di soddisfazione, pare che ronfi, come un grosso gatto felice.
Nel far questo mi volto leggermente e all’improvviso sento una mano fresca accarezzarmi tra le cosce.
Resto immobile, mentre lei:
-Sei calda e morbida come il muschio della fontana,eri così anche con Luca?
Lui dice che a letto sei la migliore, che io al tuo confronto sono un freezer, sì?-
-Ma che dici, amore mio, tu sei talmente bella, così bionda e solare , forse Luca non ha saputo darti piacere; spesso gli uomini non ci sanno proprio fare, mancano di sensibilità; ti desidero, Catti, ora lo so, da sempre, ma non per amare me stessa in un’altra donna; voglio te, il tuo corpo bianco, la tua carne elastica e morbida, voglio entrarti dentro, sentire il tuo cuore battere da vicino, i tuoi polmoni respirami in bocca-
Così dicendo mi chino su di lei e la bacio, la lingua ingorda ad esplorarle la bocca, a toccare quei denti perfetti, a gustare l’aroma di cannella del suo fiato…

La sua pelle è asciutta, come se avesse già assorbito tutta la crema protettiva ed emana un profumo di fiori e di erba…
Scendo ai seni per baciarli con riverenza poi inizio a disegnarle sul ventre con la lingua strani ideogrammi, come formule propriziatorie al nostro piacere, mentre con una mano le accarezzo le labbra e lei prende a succhiarmi le dita, provocandomi sottili onde di piacere che dal braccio si irradiano giù fino al al mio cuore di donna: ho l’impressione che se solo stringessi le cosce con forza, potrei arrivare al piacere.
Mi chino su di lei, su quel sesso che desidero tanto, ne gusto il sapore dolceaspro, capisco che è quello che ho sempre voluto, appena ci siamo conosciute.
Poi appoggio il viso sul ventre liscio, mentre una mano dalle lunghe dita diafane mi accarezza i capelli, e la sua voce, bassa e sottile, da bimba mormora:
-La mia saracena…il mio amore, lo sarai per sempre , ora lo so, non sono frigida, solo non mi piacciono gli uomini, che sbuffano, gridano, mi entrano dentro,mi fanno male e mi sporcano…-
La risata di cristallo si fa risentire; poi:
-Vanno bene per te, tu combatti, come loro, aggredisci, sei una cacciatrice; promettimi che non amerai mai un’altra donna come hai amato me oggi, prometti; prenditi pure tutti gli uomini che vuoi, Luca compreso, e pensare che ti ho odiata, per colpa sua, tanto e per troppo tempo-

La guardo e mi meraviglio che il sole sia già così basso nel cielo, dietro di lei e che il mare sia così silenzioso, neppure un fruscio.Tutto è immobile.

Allora la prendo vicino a me, tra le braccia: mi sento così bene,finalmente in pace col mondo e con me stessa; le bacio i capelli, mentre lei mormora:
-Abbracciami, al mio paese fa così freddo e tu bruci come l’estate, hai il sole dentro, per questo vorrei farmi piccina per entrare nel tuo corpo e stare al caldo per sempre-
La stringo più forte…e un brivido improvviso mi fa aprire gli occhi.
Sono confusa, mi guardo intorno, il sole è oscurato da una piccola nuvola, le cicale friniscono come al solito e i gabbiani stridono, volando in cerchi concentrici ele onde si infrangono spumeggiando sul nero della roccia.
Katti, ma allora è stato solo un sogno?Mi sento fuori sal tempo.
Beh, Fede, visto che Katerine è morta sette anni fa, maciullata dalle lamiere della sua ultima Mercedes ultraveloce, ubriaca a palla e fatta di Prozac e chissà quant’altro, a meno che tu non creda ai fantasmi…
Porto le mani al naso: sento il tuo strano profumo, Amica mia, giuro, non è una invenzione della mia mente.
Si alza una calda brezza e qualche cosa di leggero mi sfiora il fianco nudo: è un piccolo foulard sbiadito; lo guardo, perplessa, faccio per afferrarlo, ma il vento caldo lo porta via e sparisce tra le onde.
Gli Dei anche questa volta hanno risposto alle mie preghiere.
Di fronte a me, su di uno scoglio, un grosso giovane gabbiano mi guarda, poi si alza in volo e il suo grido è un saluto.

A Katti

Tokio Decadance

Suona il videocitofono: Velasco è arrivato. Il regista geniale del “mio” film, sempre che riesca ad essere la “sua” protagonista, è un quarantacinquenne con pochi capelli e decisamente basso di statura, almeno per me.
Pur di ottenere quella parte sono disposta a tutto.
Il sesso è la mia arma: gli uomini restano sempre bambini, mai privarli dei giocattoli che preferiscono, di qualunque genere siano.
In questo ambiente i maschietti più sono potenti e ricchi più sono porci: devo confessare che mi dà maggior piacere di un orgasmo multiplo vederli rotolare nelle loro lordure, anche quando sono convinti di privarmi di ogni dignità riducendomi a oggetto/buchi da riempire.
Ho accettato di andare con Velasco a visitare la sua casa di campagna, pare sia una meraviglia: so già che cosa mi aspetta, mi informo sempre accuratamente “prima”.
Soffocando con la mano uno sbadiglio di noia inizio a scendere le scale esterne con arte: lui al di là del cancello mi sta guardando con avidità.
Fa freddo ma non mi importa: dal lungo cappotto nero stile militar-chic sbottonato spuntano ad arte le mie lunghe gambe coperte fino a mezza coscia dai nuovi stivali in latex che terrorizzerebbero qualsiasi donna, ma non me: me li posso permettere.
Arrivata al breve tratto di ghiaia sento i tacchi alti sfrigolare: per un attimo temo la caduta, ma arrivo al cancello sana e salva.

Lui mi bacia su una guancia, poi all’improvviso mi apre del tutto il cappotto e resta fulminato dalla tutina nera di raso lucida e scollatissima,che mi stringe come una morsa, facendo schizzar verso l’alto i capezzoli occhieggianti dalla scollatura.
-Fede- mormora senza fiato- sei altissima e bella come nessuna tutta in nero, così…-
I miei occhi pesantemente truccati vedono un cranio dai radi capelli più o meno all’altezza delle mie tette, mentre le dita dell’uomo accennano una carezza alle labbra red-gothic; lo mordo a sangue e lui uggiola, sì è il termine esatto, estasiato.
Poi mi spinge in macchina, tamponandosi il dito con un fazzoletto.
Sto entrando nella parte di Domina, sarei stata perfetta per “Tokio Decadance”, perfetta.
Perché non sono nata a Tokio?
So recitare benissimo anche la parte dell’umile Slave: per il film capolavoro di Ryu Murakami sarei stata molto meglio di Miho Nikaido, nella parte di Ai, la squillo a domicilio.
Comunque ora devo essere davvero brava, voglio quella parte, non importa a quale prezzo, so di sapere “anche”recitare, poi…quando sarò arrivata, un calcio in culo a tutti e ti saluto.

Saliamo in macchina, lui parte schizzando letteralmente sull’asfalto, io sistemo il mio didietro sodo sul sedile preriscaldato, le gambe completamente in mostra, accavallate: con le lunghe dita accarezzo il lucido nero di uno stivale e sto lì muta, regale, gelida, fissando un punto imprecisato al di là del parabrezza.
Lui afferra la mano e mi sibila:
-Colpiscimi, senti come sono eccitato-
Mi ero già accorta del rigonfiamento nei pantaloni, così senza guardarlo con la mano di taglio lo colpisco in mezzo alle gambe, vorrei usare più forza ma mi trattengo.
-Sììììì- mormora – che piacere, non vedo l’ora di arrivare- e intanto preme sull’accelleratore, speriamo che non se ne venga nei pantaloni, qui finisce che ci ammazziamo.
-Voglio quella parte , Velasco, lo sai che sarei perfetta-
-Dopo, tesoro, ne parliamo dopo, prima il piacere poi il dovere- e ride, stridulo.
Io taccio: il calcio a questo, “dopo”, sarà doppio, anche se è un genio, come sostengono oggi i critici cinematografici.
Finalmente arriviamo alla meta e scopro che la casa in verità è una villa enorme su due piani, sperduta in mezzo a boschi e campi, lontana da altre abitazioni, color rosa antico con persiane di legno verdi ed enormi terrazzi.
Nota il mio sguardo incuriosito e:
-Vieni Fede, andiamo in piscina, voglio fartela vedere subito-
Scendiamo una scala di ardesia scura fiancheggiata da piante esotiche importate a carissimo prezzo e lo spettacolo che mi trovo davanti mozza il fiato: la grande piscina è costruita in mezzo a rocce bianche di calcare sicuramente pre-esistenti; l’effetto speciale sono i fiotti d’acqua che ne fuoriescono e che rendono lo spettacolo da Mille e una notte.
Perdo per un attimo il controllo in standbay d’ammirazione e lui ne approfitta per abbracciarmi e arpionarmi con forza le chiappe riempiendosi le mani con la mia ciccia giovane e tosta -già, la moglie sarà anche una attrice teatrale di talento ma ha qualche anno più di lui e la menopausa non perdona-.

Allora gli allontano le mani con forza, mi apro con gesto teatrale il cappotto e spalanco le braccia, mentre recito, e ora sono davvero Ai in “Tokio Decadence”:
-Prostrati davanti alla tua Padrona, verme, hai osato toccarmi il culo, hai osato-
-Sì, sì – e si inginocchia abbracciandomi le caviglie -Perdonatemi mia Signora, non volevo offendervi- mormora l’omuncolo, sbavando.
-Taci, lurido pidocchio, e leccami la punta degli stivali, sono sporchi- e intanto tiro fuori dalla tracolla il frustino estensibile, parte indispensabile del mio equipaggiamento.
-Ora, fallo subito, succhiali perbene, bastardo- e lo sferzo più volte.
Quanto gli piace essere insultato e percosso, sta sbavando.
Chi ha troppo potere sulle vite altrui molto spesso gode ad essere sottomesso.
Rapidamente si libera della costosa giacca Armani, si infila la punta dello stivale in bocca fin quasi a soffocarsi, leccando e mugolando di piacere.
-Più veloce, bastardo, non succhi abbastanza- sibilo e lo frusto con forza, senza fermarmi e a ogni scudisciata la sua schiena si inarca fino a che non vedo comparire sulla camicia macchioline di sangue.
Mentre lecca furiosamente anche la suola della scarpa vedo la sua espressione contrarsi: sta per venire; allora gli tolgo lo stivale dalla bocca e gli ordino:
-Ora lucidalo, è tutto sbavato. E non godere, la tua Padrona non te lo permette-.
Così si toglie anche la preziosa camicia bianca e con quella prende a lucidarmi furiosamente le calzature che ora brillano. Poi:

-Legami, mia Signora, ora legami- mi implora-Tirati giù i pantaloni verme, ti voglio nudo, poi ti lego-
Esegue: nudo fa proprio schifo, con questo freddo è già tanto se non si prende una polmonite.
Si va a posizionare sotto un albero dal quale pendono delle corde: gli lego stretti i polsi e lui ansimando si lascia cadere a peso morto -Fammi male, Padrona, fammi più male, colpiscimi, ti prego ti prego…- Gli guardo il sesso: è di nuovo moscio, lui rantola.
Allora prendo a frustarlo senza pietà, schiena e chiappe, non sul cazzetto vermiforme, lì ci vuole un trattamento speciale, quello che lui si aspetta, lo so.
Tutta la sua schiena ora è un intrico rossastro sanguinolento.
Ma niente erezione.
-Fammi più male, padrona, più male- e squittendo divarica le gambe, le punte dei piedi ancorate al morbido terriccio, le cosce tese. Eccomi, amore, mormoro tra me.
Poi mi allontano di qualche metro e parto con un micidiale calcio nelle palle, tra un po’godo io, che piacere mi fa questa cosa…
Sono una Padrona perfetta, altro che “Tokio Decadance”.
Velasco lancia un grido subito soffocato, richiude le gambe e se ne resta lì, appeso come un fantoccio all’albero, ciondolando e oscillando, poi comincia a innaffiare di sperma il bel prato all’inglese blaterando,con la voce di un bambino:
-Ti amo, ti amo, sei superlativa, ti adoro, nessuna mi ha mai fatto godere come te, bellissima, nessuna…-
-Ne sono sicura coglione- gli sibilo addosso, guardando le sue ridicole smorfie.
Poi mi slaccio la tuta e gli comprimo il viso tra le tette palpitanti, mormorando:
-E ora questo bimbo cattivo la darà la parte alla sua mamma?-
-Sciiiii- mormora succhiandomi freneticamente i capezzoli-sarai perfetta nel mio film, perfetta, così non scomparirai, ti avrò sempre vicina- e mi guarda dal basso, laido.

Sorrido, fredda, e gli invio un pensiero amoroso:
-Tu firma , maiale, facciamo il film, poi…sentirai che male-

Bellissima

Sono qui,in questa lussuosa camera d’albergo con l’ampia veranda che si affaccia sul lago, oggi increspato da un vento gelido.
Il cielo è scuro, carico di nubi invernali, le montagne incombono, mi pare di sentirne il peso a rendere più inquieta l’attesa di te.
Ora non voglio pensare, impongo il silenzio alla mente che si pone dubbi e mi martella di “perché”.
Sono pronta come tu mi vuoi, ne sono sicura, è bastata una tua carezza a farmelo capire.
Ora la mia pelle profuma di sandalo, è liscia e morbida al tatto.
La mia bocca sa ancora del tuo bacio di ieri, nella mano ho stampata come una marchiatura a fuoco il numero di questa stanza, la 237.
Nessuno sa che sono qui, il cell è spento, chiudendo quella porta isonorizzata ho chiuso fuori il mondo.
Del resto altalenando tra lavoro e Università riesco sempre a rubare qualche ora per me, a volte semplicemente per restare un poco da sola, a volte per tuffarmi nel mare di una nuova avventura amorosa.
Ma tu non sarai solo questo, lo so già, ne sono sicura, probabilmente mi sconvolgerai la vita. …Arriva ti prego… e inizio a spogliarmi, in un rito propiziatorio, mentre frugo nel cestino della frutta.
Mi sarebbe piaciuto trovare delle albicocche, nel mio immaginario le ho sempre associate al sesso, così polpose, ricche di sugo, con quel sapore aranciato di strana spezia,ma non è la stagione adatta.
Sorrido accarezzandomi un seno, non potevi saperlo.
O forse lo avevi indovinato ma non ti è stato possibile trovarne?
Non so come sia successo ma in un attimo tu mi hai aperta, letta , decifrata, conquistata.
Hai annullato le mie certezze, scardinato la mia sicurezza, fatto battere il mio cuore come quello di un’adolescente che avvampa per la prima volta.
Nuda di fronte al grande specchio mi guardo: cerco la conferma di essere bella, come tu mi vuoi, come mi aspetti.
Le tue mani, non riesco a smettere di pensare a loro. Nessuno mi aveva mai toccata così.
E ora voglio poter urlare di piacere e di dolore come mai mi è capitato prima, tutto, voglio tutto e tu me lo darai.

Sono sdraiata sul letto, come tu mi volevi, amore, e pronta come mai fino ad ora.
Pronta a fare quello che mi hai chiesto.
Piego il foulard di seta, il tuo, quello che mi hai lasciato ieri, chiudo gli occhi e mi bendo, stringendo forte.
Cerco a tentoni le manette in alto, eccole.
Uno scatto metallico, tendo il braccio saggiando la resistenza della catenella.
Mi manca il respiro, per un momento penso a che cosa accadrebbe se tu non venissi e io restassi qui, appesa al letto.
Una vita gettata dalla finestra, lo scandalo nella mia gotica famiglia farebbe saltar le coronarie a qualcuno.
Sorrido e mi giro, mostrando la schiena e le natiche alla porta.
Assecondo il tuo desiderio.
Pronta per te, pronta a ogni tua voglia. Mi sento bella, morbida e calda.
E sono sicura che anche tu sarai bellissima, per me, amore mio.
Il fruscio della porta che si apre tende il mio corpo come un arco.

Anche il Presidente ha bisogno di passione

Venezia e Verona sono due città legate strettamente alle mie storie amorose fin da quando ero ragazzina.
Venezia con il suo splendore bizantino che io ritrovo sempre anche nella nebbia e nello sporco, ne segna l’inizio -un viaggio inaugurale aVenezia è d’obbligo con un nuovo amante- mentre a Verona, l’altezzosa scaligera, torno per consumare la tristezza e il rimpianto della fine, che per altro ho quasi sempre provocato io, più o meno di proposito.
Così in questo inizio Ottobre ancora caldo mi ritrovo a passeggiare senza meta per il centro storico della città abbracciata dall’Adige, inappetente di corpo e di spirito, in una specie di lacrimoso ramadan personale.
Alcuni amici mi hanno passato un invito per la presentazione dell’ultimo libro di un autore che non è certo tra i miei preferiti e che si terrà al Castello di S. Giorgio.
Mi annoierò di sicuro ma anche la noia fa parte del complicato cerimoniale di autopunizione con espiazione.
Decido di andare a piedi, camminare lungo il fiume mi piace, soprattutto di sera.
Mi vesto meccanicamente e i tacchi alti che penso di indossare per l’occasione non mi fanno tornare sulla mia decisione di rinunciare alla macchina.
Esco e le occhiate interessate dei maschi per strada mi lasciano indifferente.
Brutto segno, chiaro sintomo della crisi che è ancora in atto.
Arrivo alla sala del castello predisposta per la cerimonia e occupo la prima sedia che trovo libera.
L’autore sta già parlando; distrattamente guardo il mio vicino.
E’ un uomo oltre i cinquanta, molto elegante, come è elegante il resto del pubblico.
Io con il mio leggero vestito “marinaro” e la pelle cotta dal sole sono decisamente fuori posto.
Decido che ha un buon odore, il mio vicino.
Profuma di signorile eleganza e costosa colonia: un ottimo esemplare di maschio della Verona bene.
Poi è lui a voltarsi verso di me, incuriosito…allora lo riconosco.
Finché decidiamo di smettere quel balletto di sguardi, ci salutiamo e ci presentiamo:
-Fede-
-Francesco-
Non è il suo nome ma che importa, anche il mio è fittizio. Scopriamo di essere senza compagni tutti e due, decidiamo che decisamente quell’autore è pomposo e noioso, ma restiamo fino alla fine. Beviamo anche qualche cosa insieme, nel rinfresco che segue, chiaccherando piacevolmente del più e del meno.
Lui è ri-conosciuto, saluta parecchia gente ma non si ferma con nessuno.
Fino a quando decido che è l’ora di andarmene.
E’ passata mezzanotte da un pezzo e devo tornare a casa a piedi.
Non mi preoccupo di eventuali aggressori notturni, ma delle mie povere estremità che cominciano ad essere doloranti,maledetti tacchi, nonostante la distanza al mio giaciglio sia breve.
Comunico la decisione a Francesco, che pensa di venir via con me.
Arrivati sulla strada allungo la mano per salutarlo e lui:
-Ma non ha la macchina? non vorrà andare a piedi a questa ora di notte. Io abito qui vicino, venga con me, così l’accompagno con la mia- Questo detto con assoluta naturalezza infatti mi guarda come se fossi trasparente, neppure per una volta ha dato un’occhiata alle mie tette oppure alle gambe che pur sono in mostra.
Ed io, d’altro canto, sono priva di ogni impulso sessuale, verso chiunque, come una neonata.
Ribatto che intendo farmela a piedi, ho bisogno di pensare, i tacchi non sono un problema per me, eventualmente toglierò i sandali e camminerò a piedi nudi, non sarebbe la prima volta.
Mi chiede se può farmi compagnia, è così bella Verona di notte e in questa notte poi, ancora calda, pare che quest’anno l’estate non voglia proprio finire…
Capisco che desidera parlare con me, ha bisogno di qualcuno che l’ascolti, e a volte una persona che non si conosce sa ascoltare molto meglio dell’amico più caro.

Così gli chiedo se posso prenderlo sottobraccio e lui mi risponde che in questo caso dovremmo darci del tu.
Iniziamo a camminare lentamente sul lungadige, mentre le luci della città lasciano intravvedere solo poche stelle oltre la mole di Castelvecchio in lontananza e i tetti dei palazzi intorno.
-La tua donna è bellissima –
Allora comincia a raccontarmi di lei, di quell’unione naufragata, con voce pacata, senza accenti, morbida e cantilenante che conferisce alla sua storia una sfumatura di favola.
E mentre lui parla me la vedo di fronte questa bella donna con la quale l’amore è finito senza un perché, per noia, abitudine, chissà, lasciando un dolore acuto che è come una ferita non ancora cicatrizzata.
Forse è difficile uscire indenni dal naufragio di un rapporto durato dieci anni.
Vorrei aiutarlo perchè mi commuove, questo è un Uomo non un ragazzo come i soliti compagni delle mie storie tempestose, che scelgo inspiegabilmente con estrema cura.
Quando:
-Porc…. ahia, che male-
Questa sono io che impreca perché, rapita dal racconto del suo compagno, è appena inciampata in un’aiuola torcendosi la caviglia destra. Siamo ormai arrivati al ponte Scaligero, di fronte c’é un giardino pubblico con alcune panchine.
Finalmente mi accorgo che Verona è deserta a quest’ora.
Dietro di noi alcune ombre si materializzano per un istante.
Francesco mi sorregge premuroso, ma ride alle mie esclamazioni e mi suggerisce un temporaneo riposo per controllare gli eventuali danni. Attraversiamo lo stradone e la prima panchina tra gli alberi è la nostra.
Ci chiniamo insieme sulla caviglia disastrata che poi tanto disastrata non è e le nostre mani si sfiorano.
Succede qualche cosa, un contatto improvviso come un temporale d’estate, forse è colpa di tutta questa insolita tenerezza che provo per lui oppure Francesco si è accorto di quanto è liscia la mia pelle, non lo saprò mai.
Ci rialziamo e rimaniamo a guardarci per un attimo, poi i nostri visi si avvicinano lentamente e le labbra si sfiorano appena, come volessimo assaggiarci.
Per finire a baciarci fondi toccandoci dappertutto; le sue braccia sono forti, hanno una violenza stordente, deliberata e controllata a cui soccombo con gratitudine.
Come dice quella vecchia canzone di Rod Stewart?

-Nei bar e nei caffè…passione
Per le strade e per i viali…passione
Bisogna fingere…passione
Quello che tutti cercano…passione
Non si può vivere senza passione
Anche il Presidente ne ha bisogno
Tutti lo so inseguono una passione
Qualcuno muore e uccide per passione-

Passione che ora per noi, naufraghi su un’isola deserta, è una specie di amoroso calore, da regalarci a vicenda, come un dono prezioso. Così Francesco insinua una mano sotto la gonna e lentamente risale tra le cosce che deve forzare per farsi strada, quasi che inconsciamente il mio corpo stia ancora rifiutando il piacere.
Arriva titubante agli slip e poi al sesso umido, dove le labbra che mi piace immaginare color cremisi nell’eccitazione si aprono finalmente riconoscenti ad accogliere quelle dita così esperte.
Mi fruga, accarezza, penetra con dolcezza, delicato e senza fretta, mentre al contrario continuiamo a baciarci come se volessimo divorarci. E mentre lui mi porta in vetta a quel piacere che è musica per il movimento dei miei fianchi io resto appesa alla sua bocca, stordita da un appagamento che non è solo carnale ma anche amoroso, perché provo una gran gioia nel dargli sollievo pur se momentaneo con quel corpo che lui ha risvegliato alla gioia di vivere.
Per un attimo ho la netta sensazione di averlo già incontrato, Francesco, chissà, forse in un’altra esistenza…
E tutto nella notte è bianco e nero, di un bianco di luna e di un nero di carboncino, tutto è tenero, vellutato e misterioso.
Ascolto il grosso acero stormire sopra di me e in sottofondo l’Adige scorrere, mentre apro i pantaloni dell’uomo e lo tengo in mano, sentendo le sue vene gonfiarsi contro il palmo e palpitare più forte.
Mi ritrovo per un attimo a pensare ancora una volta che meraviglia sia il sesso maschile, capace di tante metamorfosi.
E mentre anche noi diventiamo figure in bianco e nero, fatti di quella luce speciale che si insinua sulle forme come i gatti sui tetti di notte, mi inginocchio di fronte a lui, perchè diventi nella mia bocca parte di me.
Il mio ramadan è finito, credo proprio che per Capodanno sarò di nuovo a Venezia.
Grazie, ovunque tu sia…

Game over

Non c’è più niente dopo di te, ne sono sicura.
Ora conosco la magia, so che oltre le colonne d’Ercole regna sovrano il nulla.
Sono sola e non mi resta niente da cercare, da scoprire, neppure da rivivere.
Con chi giocherò i miei giorni se non ho più il mio sole
Qui, in questa camera vuota di te, so che ti amo, che ti amerò sempre, anche se ho dovuto allontanarmi, se ho dovuto perderti, perdermi.
Anche se mi toccherà sopportare il tuo disprezzo per l’eternità.
Non avresti dovuto cercarmi con tanta intensità.
Non avrei dovuto volerti con tanta ostinazione.
Tre giorni chiusi in questa stanza, 72 ore per soddisfare quella voglia di te che mi sfiniva
Ma non è andata così.
Non abbiamo rispettato le regole, non le ho rispettate. Io ho ideato il gioco e la mia creatura mi ha ucciso.
Sto pagandol’errore della mia curiosità e del mio coinvolgimento, che mi ha colpito come l’arma di un cecchino abilissimo: affondo in una disperazione fredda, senza lacrime e sussulti.
Sola in un deserto. Non ci vedremo più, anche se ..perché no comincia a mormorare una strana voce dentro di me, una voce falsa, ingannevole, bugiarda.
Favole.
Solo favole.
Mi sto raccontando bugie. Non ci ritroveremo mai.
Sto male, da 15 giorni non riesco a dormire e la notte è diventata così lunga da poterci nuotare dentro.Ho imparato anche a mentire, così bene, sapessi: son ricorsa a un malessere fisico, del resto di salute malferma lo sono, non credevo fosse così facile.
Perché vedi , il mio corpo abituato al piacere, il mio corpo affamato che mai è andato troppo per il sottile nel procurarselo, ora ha fame solo di te.
Ed è destinato a morire di denutrizione sessual-amorosa.
Insonnia.
E tu dove sei?Che cosa stai facendo?
Il cellulare mi scuote con il cancan di Offenback, una musica che ora mi pare oscena così fragorosa, barocca, indifferente.
Lo lascio suonare guardandolo ottusa-mente
Il mio universo si è capovolto.
Ma non ti cercherò, in fondo i tuoi insulti fanno ancora male, mi appendo a loro come un naufrago a una zattera malconcia. In verità erano parole d’amore da leggere al contrario.
In questa nostra incredibile storia niente è logico, giusto, fermo: nelle sabbie mobili delle tue mani che sento sempre su di me sto annegando.
Troverò un modo per sopravvivere, posso farcela anche senza di te, dopo di te.
Ma come potrò respirare senza le tue labbra che mi sfiorano il cuore, senza le tue braccia che mi assediano la schiena, senza il tuo odore confuso con il mio, senza le tue mani che m’immobilizzano tuffate nei capelli, senza il tuo gemere affannoso quando ti avvicini al piacere…
senza il tuo succhiarmi l’anima fino a sfinirmi…
Avevo pensato che tre giorni insieme dovevano bastare, per non far soffrire nessuno, per non soffrire.
Errore: ora conosco il segreto della felicità, è solo una malattia che può diventar mortale in alcuni soggetti; eccomi, sono game over, malata di te, preda di questo dolore d’assenza che mi taglia più di cento bisturi affilati.
Ora lo so, l’amore non è una carezza:
catene strette alle caviglie
bende sottili attorno al cuore
-ma il sangue scorre dentro di me, nessuna benda lo può arginare-

Non ho rispettato le regole. Due giorni in più. Ho rubato al destino due giorni, .
E mi sono ammalata di te senza speranza.
Game over.

Il ragazzo è lì

senso

 

Caldo afoso, aria irrespirabile, mare piatto, scuro, color melanzana.
Buio e silenzio, denso e umido.
Sto per implorarti:
-Scopami-
ché “facciamo l’amore” non rende l’urgenza cieca del desiderio, quando tu, quasi avessi annusato l’odore della mia voglia, ti sposti a sedere sopra un ammasso di cordami e ti sbottoni i pantaloni.
In un attimo, liberatami degli slip, sono su di te, ti prendo dentro, i fianchi in vorticosa danza, le gambe strette alla tua schiena.
Ti sento talmente vivo e caldo tra le pareti morbide della vagina e la famelica bocca dell’utero da gridare:
-Ti amo, lo giuro… –
ma solo con la voce della mente.
Dalla bocca mi esce un grido, quello del piacere velocemente raggiunto, che mi lascia abbandonata su di te, simile a una bambola di pezza.
Mi accarezzi i capelli, ancora rigido ed esigente.
So quello che vuoi.
Cambio posizione, voltandomi e ti prendo dietro, dove entri a fatica.
Cerco di facilitarti, premendo e inarcando la schiena, mentre tu, con una mano mi stringi i seni e con l’altra mi penetri la vagina.
E’ un amplesso animalesco e feroce, il nostro, gemiamo e ringhiamo, un mostro a due teste pronto a mordere.
Apro gli occhi per un attimo, in questo sobbalzar di marionette impazzite, e lo vedo.
Vedo il ragazzo che ci sta guardando da dietro un tendone ripiegato.
Gli sorrido, mentre lo immagino intento a schizzar il seme al cielo notturno, come un bianco fuoco artificiale.

Poi non capisco più nulla stretta a te, su di te, piena di te.
Il resto della notte, ormai poche ore, continua per noi in cabina, fino a quando ti addormenti.
Aspetto di vedere l’alba arrivare sul tuo volto, perché io non posso dormire, qualche cosa me lo impedisce.
Così, senza svegliarti, mi alzo , infilo un vestito direttamente sul corpo nudo ed esco, scalza.
Il ragazzo è lì.
Sorride e mi prende per mano.
Ci sdraiamo sulle tavole del ponte a guardare in silenzio il sole che sale nel cielo, illuminando l’acqua di polvere d’oro.
Numerosi gabbiani stridono sulla scia della barca, volando in cerchio sopra di noi.
Il ragazzo si allunga su di me; lo lascio fare, ma allontano il viso quando vuole baciarmi.
Entra subito, e io, la testa arrovesciata all’indietro, gli occhi al cielo, ho la sensazione di essere un gabbiano: e mi vedo, sguardo d’uccello, godere nel piacere, sapendo, con assoluta certezza, che mai potrò essere diversa da così.
Volare, volare sempre più in alto, in cerchi concentrici, sempre più sù, fino al sole e oltre.
Il ragazzo parla una strana lingua, gli metto due dita sulla bocca, niente parole, ma capisco che mi sta giurando eterno amore .
Decido di credergli, la sua pelle è così giovane, tenera, dolce e l’alba così innocente…

DRUG

 

sesso10

 

Abbiamo appena finito di litigare furiosamente, i motivi sono sempre i soliti.
La verità è una sola: non abbiamo niente in comune noi due, tu appartieni a un mondo che non è il mio, un mondo di cui non voglio sapere nulla, non ti stimo, forse ti temo, eppure ci incontriamo in segreto da ormai due anni.
Nessuno lo deve sapere.
Ma c’è il letto: è lì che il tuo potere diventa incontrastabile, sai entrare in me- e non solo fisicamente- come nessuno.
Hai le mie stesse fantasie erotiche, il mio gusto di andare oltre, sempre al di là dei confini, di azzannare tutto per assaporare anche il veleno, se necessario.
Ora, il viso scarno livido di rabbia, gli occhi socchiusi a fissare un quadro, ti abbandoni sulla sedia, sfinito e io ti sto di fronte, ansimante, l’ultimo insulto è ancora nell’aria, basta, penso, non possiamo continuare così.
Ti guardo negli occhi, poi scendo alle labbra: i tuoi denti luccicano, bagnati di saliva, denti forti, da carnivoro.
All’improvviso provo per te un desiderio talmente micidiale e vendicativo da farmi tremare da capo a piedi; te ne accorgi, ma non dici nulla, continui ad ansimare, con le braccia e le gambe abbandonate in una posizione di assoluta impotenza.
Allora, spinta da un impulso irrefrenabile e maledicendomi, sapendo che in questo modo tutto ricomincerà, mi inginocchio ai tuoi piedi e ti sbottono i pantaloni; tu ti sollevi istintivamente per aiutarmi e io comincio a baciarti con le labbra che scottano, asciutte, per poi leccarti avidamente.
Come fai presto a eccitarti, rabbia e frustrazione ti aiutano di certo.
Ora il tuo respiro stranamente si calma, come in attesa.
Mi alzo in piedi sollevo la gonna e mi metto a cavalcioni sopra di te, avvicinandomi alla tua faccia, lasciandoti il tempo di guardarla avidamente, di guardare quella tenera cosuccia che tu adori e che io ti porterò via per sempre -ora ne sono convinta, che gioia perversa solo il pensarlo- poi affondo su di te, ora gemi forte, inarcandoti , silenzioso, furioso, perché hai la sensazione che io ti stia divorando, lo so , riconosco  quello sguardo.
Cerchi di avvicinare le mani ai miei fianchi ma:-Non toccarmi- sibilo con voce rauca e tu:
-Avanti, fai tutto da sola, fammi vedere quanto sei brava-
Allora comincio lentamente a muovermi , ondeggiando i fianchi, mentre tu cerchi di penetrarmi sempre più a fondo, in modo convulso; provo a farti rallentare, inutilmente, perché sono io a essere vicinissima al paradiso; quando sono costretta ad arrendermi al piacere, mi afferri per i capelli con una mano e mi sussurri:
– Sì, madame, così, va bene, va tutto bene – finché non vengo con un grido rauco abbattendomi sopra di te.
Allora mi fai alzare con insolita gentilezza e mi porti verso la tavola da pranzo ancora disseminata dei resti del nostro pasto per piegarmi bocconi sopra i piatti che invadono il ripiano in ordine sparso
Poi mi fai allungare le braccia dietro la schiena e me le leghi con la tua cintura.
Aspettavo questa violenza che mi eccita oltremodo, perché so che cosasuccederà adesso; l e gambe mi tremano nell’attesa, le cosce fremono: eccolo il tuo potere su di me.
Mentre affondi il viso nei miei capelli con una mano mi premi i fianchi, con l’altra scivoli rigido e caldo nell’umidità del mio sesso, per poi strusciarti tra le natiche; e intanto con le dita  mi stuzzichi e io ti voglio anche lì, perché mi piace da morire quando mi prendi in quel modo, ma mi costringo al silenzio, neppure un gemito, mordendomi le labbra a sangue.
-Chiedimelo, chiedimi quello che vuoi, avanti -mormori con voce di scherno continuando ad eccitarmi.
-Sì, sì, ti prego, ti voglio – e ascolto la mia voce implorare con toni osceni, animaleschi.
Allora mi penetri con violenza, con un gemito rauco e il dolore improvviso mifa urlare.
Mi inarco all’indietro, come per spingerti fuori, ma il piacere riempie improvviso il ventre, costringendomi a piegarmi in avanti per sentirti meglio, i seni che si impiastricciano di avanzi del pasto mentre sui capelli, sparsi sulla tavola, si rovescia un bicchiere di vino.
Tenendomi saldamente per i fianchi ti muovi sempre più in fretta, fino ad arrivare ad un orgasmo che ti fa urlare: non ti avevo mai sentito così. Rapidamente esci dal mio corpo, mi sciogli le mani e mi fai voltare di frontea te, la schiena appoggiata alla tavola.
Ansimiamo tutti e due guardandoci negli occhi: è una sfida che dura da due anni. Poi mi allontano, mi ricompongo, il respiro ancora affannato, le gambe molli e dirigendomi verso la doccia ti dico:
-Ora vattene e non ritornare mai più,  lascia le chiavi di casa sul tavolo-
Ma nel momento stesso in cui pronuncio quelle parole, penso a come farò aresistere senza di lui: è la mia droga, presto si ripresenterà la crisi di astinenza che ben conosco.
E capisco che quel “non tornare mai più”, frase decisamente abusata, è un lusso che non posso permettermi.

La biblioteca

 

amparo

 

Ricordi Francesca? Era un caldo pomeriggio di ottobre quando siamo andate ospiti per due settimane nella villa dei nonni di Silvia vicino a Siena.
La campagna toscana era splendida, moriva in un fuoco di rosso e marronedentro il verde scuro dei cipressi.Che meraviglia erano per noi le stanze settecentesche dagli alti soffitti, i letti con il baldacchino, gli intarsi dei mobili; e poi c’era la biblioteca, la mia passione. avevo scovato degli antichi libri di medicina , sui quali mi perdevo, seduta a un pesante tavolo di noce. La stanza aveva dei finestroni alti aperti su un cortile interno daiquali entrava il sole di ottobre ad illuminare le mie letture.

Tu eri più interessata al fratello di Silvia, Giovanni , anche lui in vacanza per qualche tempo dai nonni, taciturno, solitario, e con degli occhi strani “da gatto”, come dicevi ; ma lui non ti filava per niente e te ne lagnavi, mentre io ti consolavo come potevo, dicendoti che con la tua bellezza lo avresti avuto, prima o poi.
In verità avevo già avvertito lo sguardo di Giovanni soffermarsi su di me,insistente: mi voleva, il segnale era inequivocabile ed io volevo lui,eravamo come due cacciatori all’inseguimento della stessa preda, i nostri corpi.
Nello stesso tempo non avevamo fretta, nei silenzi che ci accumunavano c’era la sicurezza che prima o poi ci saremmo trovati.

Tu non l’hai mai saputo questo, Francesca, e perché dirtelo, non avresti capito, sei fatta per essere preda, non cacciatore.
Così, in quel pomeriggio , mentre giù nel cortile esaminavi con occhio critico uno dei cavalli di Silvia , indecisa se montarlo o no per la passeggiata, io ,in biblioteca , mi divertivo a leggere un antico rimedio per i “disturbi femminili”; fu allora che Giovanni venne a trovarmi: alzai gli occhi dal libro, ci salutammo formalmente, ed io non trovai quello sguardo audace di sfida che sapeva di sesso: rimasi incerta a fissarlo, e in quel momento tu mi chiamasti:
– Fede, affacciati alla finestra, guarda questo cavallo e dimmi…-
Io mi alzai e mi sporsi dal finestrone, le braccia sul davanzale, il busto proteso in avanti. Allora sentii che Giovanni era dietro di me, il cacciatore mi aveva trovato. Quando le sue mani si infilarono sotto la gonna ad accarezzarmi le cosce ed il ventre, il mio battito cardiaco aumentò talmente che ebbi quasi paura tu potessi sentirlo; le sue dita ormai mi frugavano sotto lo slip, e quando trovarono il tesoro che pulsava come un piccolo cuore non riuscivo più a parlarti, ti feci un si con la testa, non ricordo a che proposito , mentre le mie mutandine scivolavano via.
Poi lui , rannicchiatosi dietro l’alta finestra, mentre io mi piegavo in avanti per facilitargli la manovra, mi penetrò con violenza, facendomi quasi urlare; meno male che tu stavi due piani più sotto,non potevi sentire il suo ansimare e i miei gemiti soffocati. Appoggiai la fronte alle mani
Tu mi chiedesti:

– Che hai, male alla testa?-

Ti feci cenno di sì, mentre un piacere mai provato prima stava per sommergermi.
Mi parve per un attimo di affogare,quando il ragazzo, con un ultima spinta, finì dentro di me; allora sentii vivissimo il suo calore , la vita che mi riempiva, fu una sensazione unica e irripetibile e venni anche io, tremando, la testa tra le mani.
Quando si staccò strinsi le cosce, per non perdere neppure una goccia di lui, nel tentativo di prolungare quel piacere irresistibile,  animalesco.
Poco dopo Giovanni comparve nel vano dell’alta finestra, ti salutò e disse :
-Ero venuto a cercare un libro, ora scendo ,vengo anche io a cavallo-
Io ti guardai, amica mia , e ti sorrisi, complice, augurandoti buona fortuna.