La morte stava appoggiata al muro…

amparo

 

La Morte stava appoggiata al muro  in un angolo della stanza dove l’odore pungente di medicinali e d’agonia quasi impediva il respiro.
Nel letto, con mille tubi che entravano e uscivano dal corpo, giaceva una donna d’età indefinibile, dal viso scavato e giallastro; non le restavano che poche ciocche di capelli, appiccicati al cranio da un sudore gelido, il respiro affannoso era quasi un rantolo mentre il petto si sollevava in cerca d’ossigeno.
Le ginocchia scheletriche pareva dovessero forare il lenzuolo.
Al capezzale qualcuno piangeva silenziosamente, il viso tra le mani.
La Morte pensò che quello era un lavoretto facile. Poteva prendersela comoda, praticamente quella donna era già sua, bastava un battito di ciglia e tutto sarebbe finito.
Lei aveva il potere assoluto, era dio, esisteva da sempre, immortale tra gli immortali.
Qualche volta, ma solo raramente, avvisava prima di presentarsi alle sue vittime.
In genere amava sorprendere:allora il lavoro in pelle era più veloce, a volte addirittura creativo.
In questo caso decisamente l’opera era a buon punto, mancava solo il suo tocco finale d’artista: come era possibile che quel relitto umano fosse stata un tempo una donna giovane e  forse bella?
Bah, era sempre così, quando le toccava di lavorare per gli ospedali.
In quel momento l’ammalata gridò, un grido rauco e straziante; la donna seduta accanto al letto chiamò l’infermiera che aumentò nella flebo la dose di morfina.
La Morte si incuriosì: quello non era stato un grido di dolore e neppure di terrore (questi le erano ben noti) era qualcosa d’altro.
Allora fece quello che in genere non faceva, entrò nella mente della moribonda. Le poche volte in cui si era arrischiata a leggere i pensieri delle sue vittime, prima della fine, aveva visto soltanto il nero terrore e la spirale cieca della vita che continuava a contorcersi nella speranza di sfuggire alla fine.
Tutto sommato una faccenda molto noiosa.

Ora si trovava di fronte a qualche cosa di completamente diverso.
Intanto captò un colore violento, rosso con sfumature d’arancione splendente, mentre onde di calore si propagavano come tentacoli dai neuroni della sua vittima.
La Morte sussultò, non aveva mai conosciuto nulla di simile.
Decise di ritirarsi e di battere le ciglia per spegnere quella vita e terminare il lavoro, ma non ne fu capace, perché oltre ai colori incandescenti, nella mente della donna vide e sentì qualche cosa d’altro.
Una spiaggia, mare azzurro-verde, sole, sussurri e grida che si mescolavano al frusciare del vento, mentre il calore aumentava.
Comparve  un viso maschile  che si ingrandiva sempre più, fino a occupare tutta la mente dell’ammalata; lei gridò di nuovo e allora la Morte capì che quello era un grido d’amore. La donna non voleva solo vivere, voleva amare ed essere amata dall’uomo che occupava quello che di vivo c’era ancora in lei.
Una forza terribile si sprigionava da quel corpo disfatto, al quale era rimasta una sola scintilla di vita, ma dal potere immenso.
La Morte voleva capire quello che stava succedendo.
Esitò prima di procedere nell’esplorazione e in quel momento il viso dell’uomo nella mente della donna scomparve per lasciar posto all’immagine di due umani, un maschio e una femmina, che correvano nudi sulla spiaggia ridendo e gridando mentre il sole era così accecante che…
La moribonda aprì improvvisamente gli occhi e guardò verso il muro dove Lei stava appoggiata, poi sorrise e aprì le braccia:
– Sei venuto, finalmente, ora non sento più male, lo sapevo, ne ero sicura-
La Morte incuriosita guardò nello specchio del vetro al di là del letto, dove prima si rifletteva il nulla; ora il vetro le rimandava l’immagine di un uomo alto, scuro, con gli occhi grigi, nudo.
Era divenuta l’umano che occupava la mente della sua vittima.
Una vampata di calore sconosciuto l’avvolse e spazzò via, in un lampo, tutta la stanza insieme alla donna moribonda nel letto e all’anziana piangente che le era accanto.
Si ritrovò sulla spiaggia, seduto sulla sabbia, nudo, a guardare una ragazza bellissima che veniva verso di lui, i capelli neri folti e ricciuti, i fianchi stretti, il seno colmo e le gambe lunghe e abbronzate, come il resto del corpo :avanzava sorridendo a braccia spalancate.
La Morte seppe che quel corpo splendido era quello della sua vittima, prima che la malattia la riducesse com’era là, nella sua stanza di ospedale.
Capì di essersi trasformata nell’uomo il cui ricordo la teneva ancora in vita.
Aprì le braccia e la ragazza gli cadde addosso, ridendo.
Ma che cos’era quell’indurimento di una parte del corpo e quella smania di entrare in quell’altro, tanto morbido e caldo al tatto, che gli si offriva?
Perché la Morte dentro di se era sempre la Morte, non conosceva emozioni umane, nulla di simile le era mai capitato; ma non poteva e non voleva tornare indietro, era quella vita che aveva sempre disprezzato e ignorato che ora la spingeva, ma dove?
Lo seppe subito: la donna cominciò ad accarezzarlo, con movimenti lenti della mano, su e giù, ritmicamente; era quello il piacere? Sentire quella forza cieca urgere dentro, per uscire a tutti i costi in un’esplosione che sarebbe stata come un breve istante di eternità, una eternità che intuiva diversa dalla sua, immortale tra gli immortali?
Si sentì mormorare:
– Voglio entrarti dentro, sentirti, capire-
La donna si stese su di lui per baciarlo, con le labbra salate; poi disse:
– Come se fosse la prima volta che lo facciamo, ma hai ragione, con te è sempre la prima volta, amore mio-

Lo guidò dentro di sé e lui fu stupito da tutta quella morbidezza e dal calore che avvolgendogli il sesso risaliva su, oltre le cosce, il ventre, il petto,il cuore, fino a esplodergli nel cervello.
Se tanto piacere lei gli dava, lui a sua volta voleva ricambiare; non sapeva che cosa la donna provasse, intuiva solamente che desiderava più di ogni altra cosa al mondo donarle la stessa gioia.
Guardò i seni pieni che gli oscillavano davanti agli occhi. Pensò che era bellissimo stare dentro un grembo di donna e insieme poter toccare quella meraviglia: gli parve di avere tra le mani dei grandi frutti ricoperti di seta e velluto.
Cominciò a baciarli, prima l’uno poi l’altro, infine li strinse tutti e due tra le mani fino a che la sua lingua e la sua bocca non ne furono sazi.
Infine, nel piacere che li colse entrambi, la Morte fu sbalzata in un attimo d’eternità che non era cupa, nera e fredda come la sua, ma azzurra, rossa e arancione, calda, morbida e piena di stelle.

– Non è mai stato così bello. Abbracciami, tienimi stretta, con te non ho più paura-
Lui la abbracciò forte. Aveva capito che era la sua donna e non c’era niente di meglio al mondo di quella pelle liscia, di quel corpo pieno, di quella bocca fresca dai denti perfetti, di tutto il suo profumo.
Mentre l’abbracciava, stando ancora dentro di lei, nel tepore bagnato di quel corpo che sentiva di amare tanto, all’improvviso la Morte ritrovò se stessa.Allora batté le ciglia. In un  frammento d’amore che le restava donò alla ragazza la  pace.
In un lampo fu nella stanza soffocante di odori nauseabondi, appoggiata al muro; nel letto, la cosa informe che aveva tenuto poco prima tra le braccia,sangue e carne profumati, non respirava più.
Il viso era rivolto verso l’impassibile killer, mentre gli occhi spalancati nei quali si spegnevano lentamente gli ultimi guizzi d’amore fissavano il vuoto.
Con loro se ne andava, nella Morte, il ricordo di quello che era stato.
La donna vicino al letto si svegliò dal sopore in cui era caduta e cominciò a gridare.

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SETA

calzediseta

 

Le calze sono di seta purissima, sottili come un velo, preziose.
Scivolano sulla mano e l’avambraccio come una carezza , una promessa, una parola bisbigliata, un brivido caldo. La pelle si increspa, al contatto.
Le porto a sfiorare il viso, per imprimervi i contorni delle labbra, annusarne lo strano profumo e avvolgerle infine sul polso per lisciarle, godendo al serico contatto .
Poi, con attenzione, come se maneggiassi l’oggetto più fragile e prezioso del mondo, poggio il piede destro sul divano e ne infilo una: riflessi nero-dorati sul rossocupo delle unghie.
Risalgo lungo la caviglia, e il movimento lento delle dita è accompagnato dalla morbidezza della seta, sensazione fresca di una pelle sconosciuta contro la mia, simile alla carezze di mille mani dalle lunghe dita affusolate.
La calza arriva alla coscia: lì rimane, con il suo bordo spesso, finemente ricamato, tesa perfettamente sulla gamba.
Eppure non posso fare a meno di aggiustarla, e così facendo, continuo ad accarezzarmi dove la pelle è più sensibile insistendo nel piacere sottile che mi dà questa carezza.

Guardo e ammiro quella lunga gamba risplendente, modellata con perfezione dalla calza. Alzo il ginocchio, dove la seta risplende, e lo bacio, in uno slancio di amore sconfinato per me stessa.
E intanto si fa strada nella mente eccitata un pensiero, un’idea di un nuovo gioco amoroso, di una sorpresa per te, che stai per arrivare; dovremmo uscire, ma forse tarderemo, chissà…
Ora sono quasi pronta: sotto l’abito nero le preziose calze autoreggenti continuano in silenzio ad accarezzarmi, quasi a voler salire più sù, dove non c’è slip, perché solo la loro pelle di seta potrebbe, in un continuo irreale, ricoprire il pube glabro.

Tu arrivi e come sempre ti sistemi sul divano; io sono ancora in camera a prepararti la sorpresa che ti piacerà, vedrai.
Esco.
Come previsto ti sei seduto dove pensavo con un giornale in mano, impeccabile nel completo grigio che mi piace tanto.
Adoro scalfire la tua imperturbabilità nordica con la mia sensualità mediterranea e capricciosa che si inventa ogni giorno nuovo giochi.
Ti vengo di fronte, mi guardi con aria interrogativa allora sollevo piano piano il vestito, le gambe unite splendono nelle calze nuove, fino a scoprire il pube nudo.
Sei sorpreso e affascinato: dopo aver seguito il lento movimento della gonna mi guardi diritto negli occhi e ti appoggi indietro sul divano in attesa.
Sei pronto a scoprire che ho in serbo oggi per te.
Allungo una gamba, la premo sul tuo grembo e :
-Toglimi la calza- mormoro- ma fa piano, lentamente, hai delle mani così belle-
e intanto con le dita del piede ti massaggio l’inguine con dolcezza, salgo e scendo, in movimenti circolari e tu apri ancor più le gambe, quasi fossi una donna che aspetta di essere penetrata.

Le tue dita sono sulla mia coscia dove, con lentezza estenuante, come se stessero per disinnescare una bomba, fanno scivolare verso il basso la calza, soffermandosi sulla pelle in carezze leggere mentre il mio piede è instancabile su di te.
L’eccitazione si trasmette alle mani: ti tremano leggermente.
Arrivi al ginocchio, dove la pelle sotto l’articolazione è particolarmente sensibile, e lì indugi ad accarezzarmi più a lungo, mentre premi il grembo contro il mio piede, muovendoti appena .
Poi con la bocca ti avvicini alla rotula rotonda, alla fossetta laterale, per riempirla con labbra avide, mentre le mani tentano di far scivolare la calza fino in fondo rapidamente.
Ma io ti fermo.
-Piano-mormoro -fai piano-
Ora sento le pulsazioni del tuo sesso attraverso il piede arrivare al mio umido tra le cosce, il nostro respiro farsi affrettato in sintonia; la calza è alla caviglia e tu lentamente la sfili, stringendomi il piede e usandolo contro di te, come fosse la mia mano.
-No, aspetta – mormoro- toccami …-
Le tue dita mi penetrano con violenza.
-Basta, ora sfilami anche l’altra, lentamente, ti prego- e solo io so quanto mi costa pronunciare queste parole.
Il piede su di te cambia, ma non i miei movimenti, che si fanno ora più torpidi, quasi svogliati, per frenare l’eccitazione.

Le tue mani tremano visibilmente, anche la calza sinistra scende, con febbrile lentezza lungo la gamba; la pelle eccitata brilla di luce propria mentre balbettiamo parole deliranti di lussuria:
– Fammi vedere…-
dico con voce ansante.
E il tuo sesso prepotente, palpitante di vene in cui il sangue scorre veloce e affrettato, esce dai pantaloni ed è bellissimo.
Mi guardi e con una mossa veloce sfili del tutto la calza, mentre io sono affascinata e ipnotizzata … un richiamo per me irresistibile.
Mi inginocchio di colpo, ti prendo in bocca, mentre tu mi sciogli i capelli e li afferri forte con le mani.

Il primo pasto nudo

 

pastonudo

Painting by Jack Vettriano

Le schiene erano erette, i gesti controllati, un poco rigidi, ma attraverso i nostri movimenti quasi leziosi- i miei accuratamente studiati per attirarti a me come farebbe un ragno con una mosca nella trappola della sua invisibile tela- era evidentel’attrazione reciproca che aumentava vorticosamente con il passar del tempo per assomigliare sempre più a un fiume in piena che minacciava a ogni istante di straripare.
Per calmarmi guardavo fuori dalle grandi portefinestre aperte, le cui tende bianche e leggere si gonfiavano al vento di mare come vele, per perdermi nella contemplazione dei giganteschi cedri del Libano che facevano da mura verdi alla enorme villa.
Sotto la tovaglia le nostre ginocchia si sfiorarono casualmente e il contatto mi travolse: uninfuocato richiamo salì dalle cosce umide e accese il ventre.
Non cambiò nulla nei nostri gesti, ma il desiderio era così intenso che lo si poteva palpare,diventava una nebbia densa e calda che ci isolava dal mondo circostante.
Io sollevavo la forchetta, socchiudevo le labbra e mentre le nostre dita sulla tovaglia parevano inseguirsi, sapevo con sicurezza che tu indovinavi il sapore della mia saliva, sentivi la mia lingua muoversi nella tua bocca come un mollusco soffocante e avvolgente.
Ti guardai negli occhi e mi parve di sentire la frase“ti voglio” salirti alle labbra. Dissimulasti tossendo con discrezione.
Eppure pareva che nessuno si accorgesse del nostro turbamento: i riti dell’etichetta venivano compiuti a dovere; ma anche se partecipavamo alla conversazione generale, in realtà non sentivamo niente di quanto veniva detto.
L’uragano del desiderio ci rendeva sordi al mondo.

Intorno a noi ruotavano vorticosamente ansimi e ruggiti di guerra, immagini di carne cruda, di abbracci crudeli, di lance infiammate, di fiori carnivori.
Senza toccarci sentivamo l’odore e il calore reciproci, intuivamo i nostri corpi nell’atto della resa totale e del piacere, immaginavamo carezze nuove, mai sperimentate prima, così intime e audaci da essere solo nostre.
La tua mano sfiorò casualmente la mia mentre, in un soffio, mi mormorasti all’orecchio:
-Tra quanto finirà questo supplizio?-
In quel momento capìì che non sarebbe stato solo sesso:eravamo arrivati ben oltre e non saremmo tornati indietro…
Iniziai a contare i minuti di quella cena eterna e noiosa, ma nello stesso tempo volevo che la tortura si prolungasse, fino a che il desiderio diventasse insostenibile, tanto da indurci a far l’amore qui, su questo tavolo, davanti a tutti questi fantasmi in abiti eleganti. Mi vedevo, costretta da te, a piegarmi in avanti, il seno premuto contro la tovaglia sporca, in mezzo ai piatti e bottiglie rovesciate, il vestito ridotto a inesistente straccio, esposta alla luce dei lampadari in vetro di Murano, scarmigliata femmina implorante oscenità, mentre tu mi prendevi con forza; allora tra gemiti e parole spezzate, preziose stoviglie rotte, macchiati di sugo, gocciolanti di vino,mordevamo e divoravamo.
La visione fu così intensa che mi parve di oscillare sull’orlo di un abisso.Non mi restava altro da fare che verificare se anche a te erano passate davanti agli occhi le stesse immagini.
– Scusatemi, vi prego- mormorai alzandomi- devo telefonare, esco nel parco, speriamo ci sia campo-
-Vengo anche io, ho lo stesso tuo problema…-aggiungesti tu, scostando di scatto la sedia.
Uscimmo, io malferma sulle gambe, con la tua mano che imprimeva un marchio di fuoco sulla mia schiena nuda , per cercare, nel parco che circondava la villa antica sul mare, un posto buio e tranquillo dove consumare il nostro primo pasto nudo.

FAUST 2018

 

orgasmo

 

Tu
puoi chiedermi in cambio
anche l’anima
quando
in ginocchio
tra le mie cosce
le mani a serrarmi  convulse
i fianchi
passi e ripassi
implacabile
la lingua
sulla piccola arsa collina
tra le labbra calde
odorose di femmina
per raccogliere
nell’ultimo grido
le umide perle
del mio improvviso
piacere.

La tenda viola

 

parigiocara

Photo by Helmut Newton

 

Ti conobbi a Parigi: eri il figliolo diciannovenne di una coppia di amici di mio padre che si erano dichiarati ben felice di ospitarmi nel mio soggiorno parigino.
Io non li conoscevo, come non conoscevo te e non amavo particolarmente Parigi: la identificavo con un periodo assai triste della mia vita. Mi venisti a prendere all’aereoporto : tenevi alto un cartello buffo con il mio nome e tanti fiori e cuori disegnati intorno; rimasi immobile a guardarti prima di farmi riconoscere, incerta se scoppiare a ridere o abbracciarti. Eri così bello, di una bellezza sfolgorante e così giovane…
Poi mi decisi a muover le gambe e tu mi individuasti subito. Mi abbracciasti con l’entusiasmo di un cucciolo: non eri timido, no davvero.
La conversazione che seguì fu bizzarra in quella lingua che mi ostinavo a non voler imparare ma che è così affascinante, musicale, liquida direi.

Così diventasti la mia guida ufficiale nella città dell’amore: guida nottura, perché di giorno ero impegnata e il poco tempo libero lo passavo al Louvre; tu dimostrasti da subito una grave allergia verso i musei in genere.
Poi i tuoi genitori si assentarono per andare nella casa in Provenza che i ladri avevano visitato e verificare i danni. Mi pregarono di accudirti durante la loro assenza come fossi un bimbo piccolo.
Non si erano davvero accorti dell’attrazione che avevamo sviluppato l’uno verso l’altro, inevitabile: il bellissimo adolescente attirato dalla giovane donna più grande, esperta, sicura di sé che a sua volta si ritrovava con gli ormoni in subbuglio per quella pelle perfetta, quel corpo magro e guizzante dai muscoli così ben disegnati da parere scolpiti… e anche gravemente contagiata dalla tua allegria che mi faceva sentire di nuovo una sedicenne senza un pensiero al mondo.
Fatalmente dovevamo finire a letto e così fu.

Avevamo scorrazzato per Parigi tutta la notte, suonando ai portoni, giocando a nascondino dietro ai bidoni della spazzatura, abbracciando gli alberi, ridendo, entrando nei bar a bere latte e menta- finalmente avevo trovato qualcuno che aveva i miei stessi gusti- quando ci sorprese l’alba seduti su una panchina in piazza dell’Arcivescovado, dietro Notre-Dame. Quella è zona di ritrovo degli omosessuali che li si incontrano a celebrare il culto di Sodoma. L’ombra ancora calda mi pareva diffondesse intorno una febbre di sensualità.
E’ uno spettacolo davvero affascinante quello di Parigi vista da quel giardino alle prime luci di
un giorno d’estate: il sole stava per spuntare e una luce bianchissima faceva risaltare vivamente ogni piano degli argini della Senna, coperti in quel punto da un manto di vite vergine.
La città cominciava a dar segni di vita, risuonava già del rimbombo dei primi metrò.
Tu mi appoggiasti il capo sulla spalla e io mi voltai: fu naturale che le nostre bocche si incontrassero. All’inizio timidamente poi divenne tutto un divorarsi mentre le mani si agitavano sui nostri corpi in affanno. Quando ci staccammo mi prendesti per mano e corremmo verso il metrò.

E poi via …nella mia stanza con quella strana grande tenda viola che si gonfiava alla prima aria del mattino mentre sentivo suonare le campane di Saint Thomas d’Aquin.
Ci spogliammo guardandoci negli occhi, con lentezza, quasi a ritardare il momento in cui ci saremmo dati piacere con entusiasmo, lo intuivo.
Ci sedemmo sul letto e tu dicesti:
-Per favore apri le gambe, voglio vedere-
e scivolasto di fronte a me il viso sul lenzuolo, tra i miei piedi.
Mi eccitai a quella richiesta che non mi era familiare e tu:
-Pare un piccolo animale, un nido d’erba, un fiore di carne, come sei bella lì, ti starei a guardare per ore-
-Non sarai mica vergine, vero?- ti chiesi ridendo ma anche un po’ preoccupata
-No, stai tranquilla, so come si fa..è che non l’ho mai …assaggiata.
E ne ho voglia, ora, voglio mangiarti, sentire il tuo sapore-
-Prego accomodati-

E cominciasti sfregando sul mio ventre le guancia liscia per poi finire con la lingua a solleticarmi il monticello di carne già eccitato e lasciarlo, suprema delizia, umido e lucente alla sua irriatzione, come un anatroccolo annaspante in un’onda di carne rosa, per esplorare quel labirinto di carne che chiedeva solo di esser saziata.
Furono giorni di sesso sfrontato, estremo, non ti bastava mai, le tue fantasie erotiche di diciannovenne naturalmente incline ai riti d’amore si realizzarono e anche le mie, quelle che non avevo mai osato rivelare a nessuno.
Mi lasciai legare, imbavagliare, mordere, succhiare, prendere con violenza, amai il dolore che mi offrivi perchè veniva da te.
Di lì a poco tornarono i tuoi genitori e tutto finì, anche la mia vacanza.
Avevo un uomo che mi aspettava a casa e che amavo o almeno credevo di amare.
Dimenticai Parigi e anche te fino a quando non ci tornai, non da sola questa volta.
Insieme al mio compagno venimmo a salutare i tuoi geniori, speravo di rivederti, ma eri fuori Parigi, a casa di amici.
Allora chiesi di dare un’occhiata alla stanza che avevo abitato un anno prima, al letto dove avevamo fatto l’amore,
La tenda viola doveva serbane ancora l’odore.
Ma la finestra era nuda, la tenda sparita e con lei anche l’ultima nostra traccia amorosa.

Doccia per due

 

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Sono tornata a casa a piedi, sotto la pioggia.Non è stata una buona giornata,a volte le brutture del mondo riescono a seguirmi fin qui.
Tu sei appena rientrato, mi compari davanti in accappatoio, mi bacileggermente sulle labbra e:
-Eccoti , tutta bagnata, non sei impermeabile,ti ammalerai, vado a farmi ladoccia, poi ti sgrido –
E il tuo sorriso sghembo, che tanto mi eccita, in questo momento per me è ilsole.
Vado in camera , mi spoglio rapidamente,ho bisogno di conferme, di sentirmi,viva, desiderabile, al sicuro con te. Davanti allo specchio mi accarezzo il pube glabro e rabbrividisco di piacere: ti voglio, ora, subito. Apro la porta scorrevole della doccia e ti resto di fronte, senza toccarti.
Sotto il getto caldo mi fissi, ora non sorridi più mentre, le mani sullespalle, mi spingi leggermente verso il basso: come ci capiamo…
Mi inginocchio sul pavimento bagnato per fare quello che desidero con tutta me stessa: comincio a leccarti l’acqua, come ad asciugarti, dal ventre e dagli inguini; poi ti prendo in bocca e tu cominci a gemere, le mani nei miei capelli, premendo il viso contro di te; provoco ogni millimetro del tuo sesso,ingoiandolo tutto piano piano, le mani aggrappate ai tuoi fianchi; ora è rigido, gonfio e tesissimo nella mia bocca, so che sei vicino all’orgasmo, allora rallento le carezze con le labbra e la lingua, quasi non mi muovo più,e tu supplichi:
-Continua, sto per venire, non lasciarmi così-
e io ricomincio, per portarti sull’orlo del piacere per poi abbandonarti fino a che, artigliandomi i capelli, non mi esplodi in bocca, con un grido e io tiingoio avidamente: mi pare di non aver mai assaggiato niente di più buono.
Allora ti inginocchi anche tu e come due marinai ubriachi finiamo sdraiati perterra, dove mi allarghi con violenza le gambe per immergere il viso tra le mie cosce, descrivendo con la lingua cerchi concentrici intorno al clitoride, già eretto e teso, poi mordicchiandolo, per finire a leccare le piccole labbra ed entrare con la lingua dentro di me, a bere i miei sapori, facendomi urlare di piacere; poi mi sali sopra e mi penetri con violenza
– Vorrei starti dentro per sempre- mormori e intanto mi succhi i capezzoli,mentre io, le gambe intrecciate sulla tua schiena sono immersa in un piacere liquido e caldo, che mi trasporta su, sempre più in su , verso l’annullamento totale.
-Ancora amore mio, così…-mormoro nell’incoscienza del piacere
All’improvviso esci da me e mi rivolti bocconi, poi mi prendi da dietro,montandomi come fossimo due animali, ti sento fino in fondo colpirmi le viscere, con violenza, e allora vengo e non so più dove sono, poi tu con un gemito ti abbandoni sopra di me per finire tutti e due stravolti e abbracciati sul pavimento.
Dopo un attimo passi una mano sulla  fessura bagnata e la porti alle labbra mormorando:
-Sei buona, la più buona di tutte le donne che ho avuto.-
-Anche tu lo sei…vorrei che il tempo si fermasse, qui, oggi-
-Per beccarci una polmonite?Avanti, alziamoci, che ti asciugo-
E il tuo sorriso sghembo illumina la stanza…